Israele intensifica i raid in Libano, il parlamento di Beirut rinvia di due anni le elezioni per il conflitto

Dopo tre giorni di scontri che hanno causato quasi quattrocento morti sul versante libanese, Tel Aviv colpisce anche i sobborghi della capitale mentre l’Eliseo stanzia sei milioni di euro in aiuti umanitari e Bruxelles attiva le scorte ReliefEU per far fronte all’esodo di massa dei civili.

Raid israeliani nel Libano

L’esercito di Tel Aviv amplia le operazioni terrestri nel sud del paese dei cedri mentre Parigi convoca d’urgenza il Consiglio di Sicurezza Onu e il presidente Aoun invoca un cessate il fuoco, dopo che i bombardamenti del 2 marzo hanno già causato quasi quattrocento vittime tra la popolazione.

L’escalation tra Israele e Hezbollah entra in una fase acuta: nuove truppe israeliane avanzano nel Libano meridionale, i raid si moltiplicano, due paramedici vengono uccisi e i feriti si contano a decine. Sul piano diplomatico, la Francia chiede una sessione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza, l’Unione europea mobilita aiuti umanitari per 130.000 persone, mentre il presidente libanese Joseph Aoun denuncia una “trappola” e propone un piano in quattro punti che include il disarmo di Hezbollah e negoziati diretti con Israele.

Le truppe avanzano, i raid si moltiplicano

L’esercito israeliano ha inviato nuove unità nel Libano meridionale, definendo le posizioni occupate “difensive avanzate” a protezione del territorio israeliano dagli attacchi di Hezbollah. L’Aeronautica militare ha annunciato di aver colpito una cellula del movimento sciita che avrebbe attaccato una posizione delle Forze di difesa israeliane in un villaggio cristiano del sud. Il portavoce militare ha precisato che i caccia sono stati dirottati sull’obiettivo dopo aver individuato i componenti del gruppo mentre operavano nell’area.

Nel corso delle operazioni odierne, due paramedici sono stati uccisi e sei persone ferite in due distinti attacchi aerei a Tayr Debba e nel villaggio di Jouaiya, secondo il ministero della Salute libanese citato dall’agenzia nazionale Ani. Il ministero ha denunciato un “attacco sistematico contro le squadre di soccorso”, sostenendo che le ambulanze sarebbero state deliberatamente prese di mira. Separatamente, una serie di raid sulla periferia sud di Beirut ha causato un morto e dodici feriti.

Sul fronte israeliano, l’esercito ha confermato la morte di due soldati, uccisi nell’attacco lanciato da Hezbollah nelle prime ore di domenica 2 marzo. Il bilancio libanese è incomparabilmente più pesante: quasi quattrocento morti dall’inizio dell’offensiva, tra cui almeno ottantatré bambini e quarantadue donne. Il ministero di Beirut non distingue tra vittime civili e combattenti.

Fosforo bianco su zone residenziali

A complicare il quadro giuridico e diplomatico arriva la denuncia di Human Rights Watch. L’organizzazione sostiene che l’esercito israeliano abbia utilizzato munizioni al fosforo bianco nella città di Yohmor, nel sud del paese. I ricercatori dell’ong dichiarano di aver verificato e geolocalizzato sette immagini che mostrerebbero le munizioni esplodere in aria sopra un’area residenziale il 3 marzo.

Sul piano tecnico-legale, il fosforo bianco non rientra nella definizione di arma chimica prevista dalla Convenzione internazionale di riferimento. I militari lo impiegano comunemente per la produzione di cortine fumogene. Tuttavia, il suo utilizzo contro persone in zone civili è considerato una violazione del Protocollo III della Convenzione su alcune armi convenzionali. L’accusa si inserisce in un contesto già segnato da denunce di attacchi alle ambulanze e da un bilancio delle vittime civili in rapido aumento.

Parigi e Bruxelles chiedono la de-escalation

La Francia ha mosso con decisione sul piano diplomatico. Il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot ha annunciato la richiesta di una riunione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, accompagnata dallo stanziamento di “aiuti d’emergenza per 6 milioni di euro destinati alle organizzazioni umanitarie già presenti sul territorio” libanese. Da Nicosia, il presidente Emmanuel Macron ha chiesto a Israele di “cessare al più presto i propri attacchi contro il Libano”, pur attribuendo a Hezbollah la responsabilità dell'”errore grave” di aver attaccato Israele e preso di mira Cipro.

L’Unione europea ha seguito la stessa linea. Al termine di una videoconferenza con diversi leader mediorientali, Bruxelles ha espresso “profonda preoccupazione per l’impatto della crisi regionale sul Libano e per le gravi conseguenze sui civili, che hanno causato spostamenti di popolazione su larga scala.” La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha annunciato la mobilitazione delle scorte ReliefEU per assistere circa 130.000 persone, con un primo volo previsto per il giorno successivo. Il parlamento di Beirut, nel frattempo, ha deciso di rinviare di due anni le elezioni legislative: la guerra ha sospeso anche il calendario democratico del paese.

Aoun: “Una trappola contro il Libano”

Intervenendo alla videoconferenza europea, il presidente libanese Joseph Aoun ha usato parole dure. Il lancio di razzi del 2 marzo dal territorio libanese verso Israele è stato, a suo avviso, “una trappola e un agguato quasi evidenti contro il Libano, lo Stato libanese e il popolo libanese.” Aoun ha denunciato la condizione del paese, stretto tra “un’aggressione che non mostra alcun rispetto per le leggi di guerra” e “un gruppo armato al di fuori dello Stato libanese, che non tiene in alcun conto l’interesse del Libano né la vita del suo popolo.”

In risposta, il governo di Beirut ha vietato, a partire dal 2 marzo, qualsiasi attività militare o di sicurezza di Hezbollah sul territorio nazionale, una misura che Aoun ha definito determinato ad attuare “in modo chiaro e deciso.” Il presidente ha contestualmente presentato un piano articolato in quattro punti: tregua totale degli attacchi israeliani, rafforzamento logistico delle forze armate libanesi, dispiegamento dell’esercito regolare nelle aree di tensione con contestuale disarmo di Hezbollah, avvio di negoziati diretti tra Libano e Israele sotto patrocinio internazionale. Un piano ambizioso, la cui realizzazione dipende da attori — Tel Aviv e Hezbollah in primo luogo — che finora non hanno mostrato alcuna disponibilità al compromesso.