Drone iraniano colpisce la base italiana di Erbil: militari illesi nei bunker, fiamme sullo Stretto

Un ordigno shahed distrugge un veicolo militare e danneggia le infrastrutture del campo. I 141 soldati italiani erano già al riparo. Nelle stesse ore i Pasdaran attaccano una petroliera thailandese nello Stretto di Hormuz: tre dispersi nella sala macchine.

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Roma non è in guerra, ma i suoi soldati dormono nei bunker. Nella notte di mercoledì un drone shahed – ordigno di fabbricazione iraniana ampiamente usato nelle campagne missilistiche dell’ultimo anno – ha centrato la base italiana di Camp Singara, nel Kurdistan iracheno, distruggendo un veicolo militare e causando danni alle infrastrutture del campo. I 141 uomini del contingente erano già al riparo: nessun ferito. Nelle stesse ore i Pasdaran attaccavano una portarinfuse thailandese nello Stretto di Hormuz, tre marittimi risultavano dispersi, esplosioni scuotevano Dubai e il Bahrein, e Israele segnalava missili a poche centinaia di metri dal Muro del Pianto. È la notte in cui la guerra iraniana ha smesso di essere circoscritta.

Bunker come unica difesa

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, in un punto stampa alla Farnesina, ha confermato che “la provenienza è ancora da accertare” ma ha indicato come probabili responsabili “basi di iracheni filo-iraniani”. I danni materiali, ha precisato, non sono “di enorme entità”. Più netto il ministro della Difesa Guido Crosetto: si è trattato di “un attacco deliberato” contro “una base della Nato, quindi anche americana”, già oggetto di tentativi nelle settimane precedenti. Il console italiano a Erbil, Tommaso Sansone, ha raggiunto i militari telefonicamente: “La situazione è sotto controllo, i nostri connazionali stanno bene.”

Il problema non è il bilancio di questa notte, ma la prospettiva delle prossime. Il rientro dei 141 soldati rimasti a Camp Singara è in fase di pianificazione da giorni: non è possibile un ponte aereo diretto, l’ipotesi più concreta è un trasferimento via terra attraverso la Turchia. Nelle settimane precedenti erano già rientrate in Italia 102 persone; altri quaranta erano stati trasferiti in Giordania. La finestra di sicurezza si sta chiudendo.

Lo Stretto che non si chiude mai davvero

Mentre Erbil bruciava, a settecento chilometri di distanza i Guardiani della Rivoluzione abbordavano la Mayuree Naree, portarinfuse battente bandiera thailandese partita dagli Emirati Arabi Uniti. Tre membri dell’equipaggio risultano dispersi, presumibilmente intrappolati nella sala macchine. Venti sono stati tratti in salvo dalla Marina thai. Le autorità iraniane hanno giustificato l’azione sostenendo che l’imbarcazione avesse ignorato ripetuti avvertimenti.

Non è il solo episodio. Una petroliera di proprietà greca, la Zefyros, con equipaggio georgiano, è stata avvolta dalle fiamme nelle acque territoriali irachene del Golfo Persico mentre effettuava un trasferimento di carico da nave a nave. Tutti i 22 membri dell’equipaggio sono stati soccorsi e trasferiti su una nave irachena. Il bilancio complessivo degli attacchi nella zona ha spinto le autorità portuali irachene a sospendere completamente le operazioni nei terminal petroliferi, mantenendo aperti i soli scali commerciali.

Teheran nega le mine, Pechino ferma il carburante

L’Iran ha smentito le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump sulle navi posamine iraniane. “Questo non è vero per niente,” ha dichiarato il viceministro degli Esteri Majid Takht-Ravanchi, aggiungendo che Teheran ha anzi “collaborato” con i paesi che hanno chiesto di transitare per Hormuz. È una smentita che segnala quanto le dichiarazioni di Washington e la realtà operativa nello Stretto stiano divergendo.

Le conseguenze economiche si fanno sentire oltre la regione. Pechino ha ordinato alle raffinerie di interrompere immediatamente le esportazioni di benzina, diesel e carburante per aviazione nel mese di marzo, citando il rischio di carenze legate al conflitto. La direttiva è stata emessa dalla National Development and Reform Commission, il principale organismo di pianificazione economica cinese. Secondo il Wall Street Journal, l’intensificarsi degli attacchi iraniani e la decisione americana di sospendere le scorte militari per le petroliere in transito stanno rendendo concreta l’ipotesi di una chiusura prolungata della rotta energetica più importante del mondo.

Il nuovo leader parla in codice di guerra

Sullo sfondo di tutto questo si muove la figura di Mojtaba Khamenei, figlio di Alì, nominato nuova Guida Suprema dell’Iran dopo la morte del padre nel primo giorno di bombardamenti americani e israeliani. Il ministero degli Esteri di Teheran ha confermato che è ferito – frattura al piede, secondo la Cnn – ma che si sente bene. Il portavoce Esmaeil Baqaei ha precisato al Corriere della Sera che “la maggioranza dell’Assemblea degli esperti lo ha scelto in conformità con la Costituzione”, sottolineando come il sistema non sia “governato da un solo uomo.”

Il primo messaggio della nuova Guida, però, non lascia spazio a interpretazioni distensive. Khamenei ha avvertito i paesi vicini che ospitano basi militari usate negli attacchi contro l’Iran: “Devono chiarire la loro posizione” e “chiudere quelle basi il prima possibile.” Ha inoltre annunciato che sono stati “condotti studi sull’apertura di altri fronti dove il nemico ha poca esperienza e sarebbe gravemente vulnerabile” – fronti che “saranno attivati” se la guerra dovesse continuare.

Sulla stessa linea il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ex membro dei Pasdaran: “Il Golfo Persico si tingerà di rosso sangue degli invasori” se le isole iraniane venissero attaccate. L’affermazione segue un rapporto di Axios secondo cui Washington e Tel Aviv avrebbero discusso l’ipotesi di prendere il controllo dell’isola di Kharg, attraverso cui transita il 90 per cento delle esportazioni di petrolio grezzo iraniano.

Il costo umano che cresce ogni ora

Mentre si contano navi e basi, il viceministro della Salute iraniano Ali Jafarian ha fornito ad Al Jazeera un bilancio destinato a pesare nel dibattito internazionale: almeno 1.395 morti, “per lo più civili”, a seguito degli attacchi di Usa e Israele. Trentuno strutture ospedaliere danneggiate, dodici delle quali inattive. Centouno centri sanitari colpiti negli ultimi quattro giorni.

Sul fronte degli sfollamenti interni, l’Unhcr stima che tra 600mila e un milione di famiglie – fino a 3,2 milioni di persone – abbiano già lasciato Teheran e le grandi aree urbane per rifugiarsi nel nord del paese e nelle zone rurali. Il numero, secondo l’agenzia Onu, è destinato ad aumentare.

Israele, intanto, ha dichiarato di aver colpito il sito di Talegan a Teheran, “utilizzato per lo sviluppo di esplosivi nell’ambito del progetto Amad”, e ha annunciato una nuova ondata di attacchi sull’Iran. Da Gerusalemme arrivano segnalazioni di sirene e di missili caduti a poche centinaia di metri dalla Città Vecchia. Le autorità israeliane hanno disposto la sospensione temporanea delle preghiere in tutti i luoghi sacri. Il Qatar ha intercettato un attacco missilistico sul proprio territorio. L’aeroporto del Kuwait ha subito danni da droni. A Dubai, un “incidente minore con drone” nell’area di Al Bada’a è stato gestito dalle autorità locali senza feriti. Hacker iraniani, secondo l’agenzia Fars, avrebbero messo fuori uso la rete ferroviaria israeliana. Da Tel Aviv non è arrivata alcuna conferma ufficiale.