Francia, due fratelli italo-marocchini pianificavano una strage antisemita

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Un’auto parcheggiata nei pressi del carcere di Longuenesse, nel dipartimento del Pas-de-Calais, attira l’attenzione degli investigatori. A bordo ci sono Elyasse e Moad H., due fratelli ventenni. Sul sedile: una pistola, un logo stampato dello Stato Islamico, simboli che glorificano il Profeta Maometto. Quanto basta per far scattare i fermi. Quanto basta, secondo la Procura nazionale antiterrorismo di Parigi, per smontare un complotto “letale e antisemita”.

La traiettoria dei due fratelli

Elyasse fa l’università, studia ingegneria. Moad è disoccupato. Entrambi sono cresciuti in Italia da genitori marocchini, poi si sono trasferiti in Francia con la famiglia alcuni anni fa. È in questo passaggio, ricostruisce la Procura, che qualcosa si rompe. O forse il processo era già in corso: le carte giudiziarie parlano di “radicalizzazione negli ultimi due anni”, con una “netta intensificazione” nell’imminenza dell’arresto.

I due consultano per mesi “un’abbondante propaganda jihadista”. I canali sono quelli cifrati, le piattaforme che non lasciano tracce facilmente recuperabili. Ma gli investigatori le tracciano lo stesso. Negli scambi delle settimane precedenti il fermo emergono tentativi sistematici di procurarsi pistole e fucili d’assalto. Il salto dalla radicalizzazione all’azione sembra prossimo.

Quando la jihad diventa domestica

L’obiettivo originario era il Levante, o la Palestina. Combattere Israele sul campo. Quando quella strada si rivela impraticabile, i due fratelli scelgono un’alternativa più vicina. Secondo quanto ammesso agli inquirenti, “di fronte all’impossibilità di partire per combattere la jihad nel Levante o in Palestina”, avevano “valutato per alcune settimane un progetto terroristico in Francia per uccidere ebrei”. Aspiravano, hanno dichiarato, al “martirio”.

Non è una retorica generica. Il 7 marzo, pochi giorni prima dell’arresto, Moad H. gira un video in cui giura fedeltà allo Stato Islamico. Gli inquirenti lo descrivono come una figura già inserita in una rete: “in contatto con diverse persone radicalizzate, indagate o condannate per reati di terrorismo”. Nelle fotografie e nei filmati sequestrati, i due fratelli compaiono in “equipaggiamento da combattimento”, con armi in pugno e gli indici alzati al cielo davanti alla bandiera nera.

Le accuse e il quadro giudiziario

L’inchiesta aperta dalla Procura antiterrorismo ipotizza associazione a delinquere finalizzata al terrorismo, possesso e detenzione illegale di armi. Per entrambi i fratelli è stata disposta la custodia cautelare. L’analisi del materiale sequestrato, unita alle dichiarazioni dei familiari, ha convinto i magistrati che il progetto non fosse nella fase delle intenzioni. Era, scrivono, “ormai consolidato”.

Il caso si inserisce in uno scenario che le autorità francesi monitorano con attenzione crescente: giovani uomini con doppio background migratorio, percorsi di integrazione interrotti, radicalizzazione accelerata online, e la guerra in Medio Oriente che funziona da detonatore ideologico. Non è la prima volta che il conflitto israelo-palestinese alimenta progettualità terroristiche sul suolo europeo. Non sarà l’ultima.