Referendum giustizia, affluenza boom: il referendum corre oltre il 45%. Urne aperte fino alle 15
Il 46,07% di affluenza alla prima giornata è un numero che va letto con attenzione, perché rischia di essere frainteso in entrambe le direzioni. Non è né un trionfo né un disastro per i promotori del sì — è, piuttosto, una soglia di ambiguità che tiene il referendum sul filo del rasoio.
Il confronto storico è il primo strumento di lettura. Nel 2020, il referendum costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari chiuse il primo giorno al 39,37%: quel voto raggiunse poi il quorum con oltre il 50% di partecipazione finale. Il dato di oggi supera quel riferimento di quasi sette punti percentuali, il che è oggettivamente incoraggiante per chi vuole che il voto sia valido. Ma il confronto con i referendum abrogativi del 2024 su cittadinanza e lavoro — fermi al 23% al primo giorno e poi affossati dal mancato quorum — rivela quanto sia diversa la natura di questa consultazione, sia in termini di mobilitazione che di posta in gioco percepita dall’elettorato.
Il nodo centrale rimane immutato: per essere valido, il referendum costituzionale non richiede il quorum del 50%+1 degli aventi diritto. Si tratta di un referendum costituzionale ai sensi dell’articolo 138, che non prevede soglie di partecipazione. La domanda, dunque, non è “quanti vanno a votare” ma “come vota chi va”. Tuttavia, l’affluenza resta un indicatore politico potentissimo della vitalità del dibattito e della legittimità percepita dell’esito.
La frattura geografica: due Italie che non si parlano
Il dato più politicamente rilevante, quello che un corrispondente non può sottovalutare, è la mappa regionale. L’Italia si presenta spaccata lungo una linea che non è solo geografica ma culturale, storica e, in ultima analisi, politica.

Il Nord e il Centro-Nord guidano la partecipazione con numeri che, in alcuni casi, superano agevolmente la soglia del 50%: l’Emilia-Romagna guida la classifica con un eloquente 53,70%, seguita dalla Toscana (52,49%), dalla Lombardia (51,83%) e dal Veneto (50,55%). Sono regioni con tradizioni civiche consolidate, con un tessuto associativo e partitico strutturato, e — non casualmente — con un’esposizione mediatica al dibattito sulla giustizia che è stata storicamente più intensa, alimentata da decenni di scontro tra politica e magistratura che ha avuto nel Nord il suo epicentro simbolico.
Il Sud, invece, si ferma. La Sicilia al 34,94% e la Calabria al 35,70% sono i dati più bassi del paese, con Campania (37,78%), Puglia (39%) e Sardegna (39,09%) poco sopra. Non si tratta di un dato nuovo — il divario di affluenza tra Nord e Sud è una costante strutturale della democrazia italiana — ma in questo contesto assume una valenza specifica. Il Mezzogiorno è tradizionalmente meno esposto al dibattito sulla separazione delle carriere come questione “vissuta”, e la magistratura, in quelle regioni, ha spesso un ruolo percepito come presidio di legalità contro criminalità organizzata e corruzione, il che può generare una resistenza culturale al messaggio riformatore.
Il Trentino-Alto Adige al 41,34% merita una nota a parte: è un’autonomia speciale con dinamiche elettorali proprie, e il dato relativamente basso rispetto alle regioni contigue del Nord-Est riflette probabilmente la minore penetrazione del dibattito nazionale nei circuiti politici locali.
Gli attori in campo e le dinamiche di potere sottostanti
Questo referendum nasce da una battaglia politica lunga decenni. La separazione delle carriere tra magistrati requirenti (i PM) e giudicanti (i giudici) è da sempre uno dei cavalli di battaglia del centrodestra, in particolare di Forza Italia e della Lega, che vi leggono il tentativo di riequilibrare un sistema dove — nella loro narrativa — l’accusa e il giudizio si contaminano reciprocamente, a danno dell’imputato e della terzietà del processo.
La magistratura associata, guidata dall’ANM, si è schierata contro con una durezza che raramente si vede in una categoria professionale chiamata a esprimersi su una riforma che la riguarda direttamente. Il rischio, secondo i magistrati, è quello di svuotare l’indipendenza della funzione giudiziaria, creando due corpi separati con interessi divergenti e indebolendo la capacità di perseguire i reati più complessi.
Il dato di affluenza del primo giorno non può essere disgiunto da questo scontro: chi è andato a votare ha percepito la posta in gioco come reale. Il quorum non essendo previsto, il governo e la maggioranza di centrodestra — che ha sostenuto il percorso referendario — giocano principalmente sulla legittimità politica del risultato: un’alta affluenza rafforza il mandato popolare per la riforma, indipendentemente dal margine tra sì e no.
Prospettive: la giornata di domani è decisiva
La seconda giornata di voto è storicamente quella con l’affluenza più alta, quando chi ha rimandato la decisione si avvicina alle urne. Se il trend dovesse confermarsi proporzionale a quello del 2020, l’affluenza finale potrebbe attestarsi tra il 55% e il 60%, il che renderebbe il voto politicamente solido.
La domanda che tiene svegli i protagonisti di questa partita, però, è un’altra: come si distribuirà il voto? Un’affluenza alta non significa automaticamente vittoria per il sì. Se gli elettori di centrosinistra e i simpatizzanti della magistratura hanno deciso di partecipare per votare no — o per astenersi strategicamente lasciando la scelta al solo elettorato di centrodestra — il risultato potrebbe sorprendere in un senso o nell’altro.
Quello che il primo giorno racconta con chiarezza è che l’Italia, ancora una volta, si è presentata all’appuntamento con la sua identità duale: una parte del paese mobilitata e partecipe, un’altra distante e diffidente verso un dibattito che percepisce come lontano dalla propria vita quotidiana. La separazione delle carriere, in fondo, rischia di diventare il simbolo di un paese che fatica a discutere di giustizia senza parlare, in realtà, di tutt’altro.
