Il campo largo sull’orlo del precipizio: la guerra fredda tra Schlein e Conte
Elly Schlein e Giuseppe Conte
La vittoria del No al referendum sulla giustizia ha consegnato al centrosinistra un’arma politica inattesa — quasi 14,5 milioni di voti contrari alla riforma Nordio — ma ha anche aperto una ferita che covava sotto la superficie da mesi. Galvanizzato dal risultato, il leader M5S ha improvvisamente scoperto una passione travolgente per i gazebo: dopo anni passati a spiegare che le primarie sono roba da apparati polverosi, Conte ha deciso di rispolverare la consultazione popolare non appena si sono chiuse le urne. Il motivo della conversione è brutalmente semplice: i sondaggi gli sorridono.
Il nodo sondaggi: perché Conte ha fretta
Il dato che circola nei palazzi romani è politicamente dirompente. Secondo il sondaggio Noto per “Porta a Porta”, l’ex premier raccoglierebbe il 43% delle preferenze tra gli elettori del campo largo, contro il 37% di Elly Schlein. La fonte del vantaggio è strutturale: Conte può contare sul 95% dei propri elettori M5S, ma intercetta anche il 12% del bacino dem e il 29% di quello di Avs. Schlein, per converso, tiene saldamente il fortino del Pd — il 70% degli elettori dem — ma fatica ad espandersi: appena il 3% tra i pentastellati e il 9% tra i rossoverdi. È una trappola numerica da cui la segretaria dem non può uscire facilmente: vincerebbe le primarie del Pd, ma perderebbe quelle di coalizione.
C’è poi un secondo elemento esplosivo: il 55% degli elettori del centrosinistra ritiene che la scelta del leader debba avvenire attraverso le primarie. Un dato che chiude le vie di fuga istituzionali e obbliga tutti a misurarsi con il tema.
Gli attori in campo: una mappa del potere
Schlein ha capito la trappola e gioca di fioretto. Rifiuta di essere trascinata sul terreno avversario e lancia due messaggi simultanei: niente “federatori” o “papi stranieri” — cioè, nessuno spazio per candidature terze che le soffichino la scena — e apertura condizionata alle primarie, subordinata al consenso di tutta la coalizione. La formula “chi prende un voto in più alle elezioni” è, in realtà, una proposta di resa a termine: dati i sondaggi attuali, significherebbe la sua incoronazione automatica. Ma è una mossa che rivela anche la difensiva in cui si trova.
Conte ha scelto l’attacco frontale. Si è mosso su due fronti: verso Meloni ha detto “al governo è arrivato un avviso di sfratto”, verso Schlein ha imposto l’agenda: “Apriamo alle primarie, a patto che non siano di partito”. Una mossa da consumato giocatore di poker: ha riconosciuto il lavoro della leader dem quanto bastava per non sembrare brutale, poi ha fissato le sue condizioni. Niente “primarie di apparato”, ma consultazioni aperte e trasparenti. In altre parole: vuole togliere al Pd il controllo del meccanismo.
Dario Franceschini è il grande manovratore nell’ombra. Racconta l’articolo che l’ex ministro dei Beni culturali da settimane sonda tutti i potenziali sfidanti — da Giuseppe Sala a Gaetano Manfredi, da Delrio ai riformisti insofferenti — per capire dove soffierà il vento e per evitare che qualcuno lasci il Pd sbattendo la porta. Il suo pranzo genovese con Salis non è un atto di cortesia: è intelligence politica di prima qualità.
Silvia Salis è l’elemento imprevedibile. La sindaca di Genova ha detto no alle primarie — con parole lapidarie: “Sono sbagliate e fanno male alla coalizione, costringono a contrapporre soggetti politici che fanno parte della stessa alleanza” — ma si è ben guardata dall’escludere un ruolo come “federatrice”. Il suo profilo è l’incubo di Conte: i sondaggi la darebbero vincente su di lui in un testa a testa. È per questo che l’ex premier la teme e che Franceschini la corteggia.
Renzi, dal suo angolo, soffia sul fuoco con la consueta spregiudicatezza: vuole le primarie il prima possibile, garantisce la presenza di un candidato “riformista” e si posiziona come ago della bilancia nel ballottaggio.
Le dinamiche di potere: il rischio di una guerra a cinque stelle
Il meccanismo immaginato nei laboratori dem prevede il ballottaggio — indispensabile con più di due candidati — e accordi di convergenza tra primo e secondo turno. Oltre a Schlein e Conte si sono già fatti avanti Ernesto Ruffini e Alessandro Onorato, mentre Renzi ha assicurato la presenza di un candidato della “Casa riformista”. Una corsa con quattro o cinque candidati è uno scenario inedito, che può produrre sorprese sistemiche: nel primo turno si costruisce il capitale politico, nel secondo si paga il prezzo degli accordi.
Il vero rischio non è la sconfitta di uno dei due protagonisti: è lo sfinimento reciproco. Prodi e Veltroni — due dei pochi che in questa storia possono permettersi il ruolo dei saggi — hanno già suggerito di partire dalla costruzione della coalizione e del programma, non dal duello tra i leader. Un suggerimento che rivela la preoccupazione di chi ha già visto questa commedia andare in scena, con finale tragico.
Le prospettive: tutto dipende da Meloni
La variabile esterna che nessuno può controllare è la presidente del Consiglio. Se Meloni scegliesse di aprire il cantiere della legge elettorale o di anticipare le elezioni, l’intero gioco delle primarie si riconfigurerebbe radicalmente. Il cospicuo premio di maggioranza introdotto dalla nuova legge spinge verso le coalizioni, rendendo l’alleanza del campo largo quasi obbligata sul piano aritmetico.
In questo quadro, Schlein gioca la carta del tempo: ogni settimana che passa senza un accordo sul metodo è una settimana in cui lei mantiene il controllo dell’agenda dem. Conte, al contrario, ha tutto l’interesse ad accelerare, prima che l’entusiasmo referendario si diluisca e che qualcuno — magari proprio Salis — decida di rimescolare le carte.
La partita è aperta. Ma la posta in gioco non è solo chi andrà a Palazzo Chigi nel 2027: è se il campo largo riuscirà ad arrivare unito al momento del voto, o si consumerà nella guerra dei gazebo prima ancora di affrontare il nemico comune.
