E’ morto Beppe Savoldi, il primo calciatore italiano ad abbattere il muro dei 2 miliardi

Savoldi

Beppe Savoldi

Il calcio italiano perde uno dei suoi pesi massimi. Giuseppe Savoldi, per tutti Beppe, si è spento a 79 anni nella sua casa di Gorlago, nel bergamasco. Lo ha annunciato il figlio Gianluca, descrivendo un commiato sereno, protetto dalle mura domestiche e dai valori che ne hanno scandito l’esistenza.

Savoldi non è stato soltanto un finalizzatore implacabile da 168 reti in Serie A; è stato il parametro economico di un’intera generazione, l’uomo che nel 1975 frantumò ogni record di valutazione, diventando per l’opinione pubblica “Mister Due Miliardi”. Un’etichetta che ne ha accompagnato la parabola tra Bologna e Napoli, segnando il passaggio dal calcio romantico a quello del grande business.

L’ascesa del bomber di Gorlago

Cresciuto nell’Atalanta, Savoldi esordisce in Serie A non ancora ventenne. La sua struttura fisica, imponente ma agile, ne fa rapidamente un pezzo pregiato del mercato. Nel 1968 approda al Bologna, club con il quale stabilisce un legame simbiotico. In sette stagioni sotto le Due Torri conquista due Coppe Italia e il titolo di capocannoniere nel 1972-73.

È un attaccante totale: micidiale nel gioco aereo, acrobatico, dotato di un sinistro che non concedeva repliche. In rossoblù segna 140 gol complessivi, diventando il quarto marcatore all-time della storia felsinea. Resta negli annali l’episodio di Ascoli del 1975, quando un raccattapalle respinse un suo tiro oltre la linea di porta, inducendo l’arbitro in errore e negandogli una marcatura certa.

Il record miliardario di Napoli

L’estate del 1975 segna la svolta della carriera e del costume nazionale. Il passaggio al Napoli di Corrado Ferlaino avviene per una cifra allora astronomica: un miliardo e 400 milioni di lire in contanti, più i cartellini di Clerici e la metà di Rampanti, per un totale stimato di due miliardi. L’operazione solleva un polverone politico e sociale.

Mentre la città campana combatteva con l’emergenza rifiuti, il club investiva somme senza precedenti nel pallone. Enzo Biagi, con la consueta lucidità, osservò che la crisi napoletana non dipendeva dall’acquisto di un calciatore, ma dall’incapacità di gestire il potere politico locale. I tifosi risposero con una pioggia di abbonamenti: oltre 70.000 tessere, un primato che nemmeno l’era di Maradona avrebbe scalfito.

Dallo scetticismo all’amore azzurro

Sotto il Vesuvio, Savoldi vive stagioni di grande regolarità realizzativa, pur senza raggiungere lo scudetto. Il tecnico Vinicio, inizialmente scettico per la perdita del dinamico Clerici, dovette piegare il gioco ai cross per la testa del bergamasco.

Ribattezzato “’o maragià” per il costo del suo cartellino, Savoldi seppe sciogliere il suo carattere chiuso, tipico della terra d’origine, al calore del pubblico napoletano. Incise persino due dischi, vendendo migliaia di copie e integrandosi in un tessuto sociale distante anni luce dalle sue montagne. Con il Napoli vince la Coppa Italia del 1976, siglando una doppietta nella finale contro il Verona, confermandosi uomo d’area di rigore infallibile.

Il ritorno e il tramonto

Nel 1979 il ritorno a Bologna, un rientro macchiato però dalle ombre dello scandalo Totonero. Dopo la squalifica, Savoldi chiude il cerchio dove tutto era iniziato, all’Atalanta, in Serie B, nella stagione 1982-83. Il rapporto con la Nazionale rimase l’unico neo di un percorso eccezionale: solo quattro presenze e una rete.

Dopo il ritiro, tentò la via della panchina nelle serie minori, prima di ritirarsi a vita privata. Oggi lo stadio di Bergamo lo omaggerà con un minuto di raccoglimento prima della semifinale play-off tra Italia e Irlanda del Nord. È il tributo necessario a un atleta che ha rappresentato la potenza fisica e la metamorfosi economica del nostro calcio.