Meloni prepara la “fase due” del governo, Piantedosi rassicura la premier e ritorna l’ombra di Salvini sul Viminale
Il ministro dell’Interno incontra il capo del governo e poi il leader leghista dopo che la relazione con la giornalista Claudia Conte è diventata un caso politico
Giorgia Meloni
Una giornata costruita per trasmettere un’idea precisa — il governo va avanti, il referendum non lo ha fermato — si è ritrovata a fare i conti con un imprevisto che nessuna fonte di palazzo Chigi aveva messo nel calendario. Giorgia Meloni aveva pianificato la sua agenda con metodo: incontro con Giancarlo Giorgetti per definire la proroga del taglio delle accise sulla benzina, in scadenza lunedì prossimo e destinata a essere rinnovata venerdì in Consiglio dei ministri con un decreto fotocopia del precedente, durata ventun giorni; colloquio con Claudio Descalzi sul fronte energetico e degli approvvigionamenti; telefonata con il ministro Valditara per il rinnovo del contratto collettivo della scuola; incontro con Elvira Calderone per fare il punto sul lavoro e preparare il terreno in vista del Primo maggio. Un’agenda densa, orientata al messaggio: la “fase due” è cominciata.
Il caso che palazzo Chigi non si aspettava
Poi è arrivata l’intervista di Claudia Conte al sito Money.it. La giornalista e influencer ha di fatto ammesso la relazione con Matteo Piantedosi, e nel giro di poche ore la notizia ha travalicato la sfera privata per diventare affare pubblico. Il punto di innesco non è stato il sentimento in sé, ma gli incarichi. Quello più discusso è la consulenza alla commissione parlamentare sulle periferie, presieduta dal forzista Alessandro Battilocchio, che ha precisato come Conte sia una tra i trenta consulenti della commissione e operi — come gli altri — a titolo gratuito. Una precisazione che ha contenuto i danni, senza azzerarli.
Troppo fresco, nei corridoi del Transatlantico, è il ricordo di quanto accaduto nell’estate del 2024 con Gennaro Sangiuliano. Anche allora si era partiti da una relazione, poi erano emersi incarichi, viaggi e accuse di utilizzo improprio di risorse pubbliche. Il ministro della Cultura aveva resistito qualche giorno, poi aveva ceduto. La domanda che rimbalzava da stamattina nei corridoi parlamentari era una sola: questa volta come finisce?
Il Viminale non è il Turismo
Meloni ha convocato Piantedosi. Il ministro avrebbe rassicurato la presidente del Consiglio: non ci sono fatti o eventi che vadano oltre la sfera privata, non ci sono elementi in grado di mettere in difficoltà il governo. Nel pomeriggio, Piantedosi ha incontrato Matteo Salvini. A sera, la nota della Lega ha chiuso — almeno formalmente — il cerchio: “Totale stima e amicizia” per il ministro, nessuna richiesta di “modifiche alla squadra di governo”.
Meloni, del resto, non ha alcun interesse a un rimpasto. E ancor meno a perdere il Viminale. La differenza rispetto al caso Sangiuliano è strutturale: il ministero del Turismo è un dicastero di secondo piano, la cui reggenza temporanea non ha prodotto scosse sistemiche. L’Interno è altro. È sicurezza, immigrazione, ordine pubblico, prefetture. È uno dei ministeri politicamente più esposti e strategicamente più sensibili dell’intero governo. Cedere anche solo l’ombra di un precedente sarebbe costoso.
C’è poi la questione Salvini. Il leader della Lega non ha mai fatto mistero — al di là delle smentite rituali — di voler tornare al Viminale, quel ministero che ha incarnato il primo periodo della sua massima popolarità, tra il 2018 e il 2019. Una crisi che coinvolgesse Piantedosi riaprirebbe quella partita in modo immediato. E Meloni lo sa. Ecco perché, a fine giornata, l’agenda della “fase due” era già scivolata in secondo piano. Il vero test, quello che conta, è un altro: quanto durerà la tregua.
