Iran, il destino di un’intera civiltà nelle mani dei negoziati segreti tra Washington e Teheran
Nella capitale statunitense si attende il termine fissato dal presidente americano, il quale prefigura la distruzione dello Stato persiano in assenza di concessioni, mentre emissari egiziani e turchi tentano di scongiurare il conflitto totale proponendo una sospensione delle ostilità per quarantacinque giorni.
Mojtaba Khamenei e Donald Trump
Le lancette della diplomazia globale corrono veloci verso le ore 20 di Washington, le 2 di notte in Italia, termine ultimo fissato da Donald Trump per la resa di Teheran. Il presidente statunitense, in una serie di dichiarazioni rilasciate tra Fox News e conferenze stampa alla Casa Bianca, ha delineato uno scenario apocalittico, parlando di un’intera civiltà che “potrebbe essere eliminata in una sola notte”.
Al centro della contesa resta la riapertura dello Stretto di Hormuz e la cessazione delle attività destabilizzanti dei Pasdaran. Sebbene la Casa Bianca abbia smentito l’uso di armi nucleari, la pressione militare è tangibile: i raid sull’isola di Kharg e le azioni israeliane contro le infrastrutture ferroviarie iraniane testimoniano una strategia di massima pressione che non ammette repliche o esitazioni diplomatiche.
Trattative serrate e mediazioni regionali
Dietro il paravento delle minacce pubbliche, i canali sotterranei della diplomazia tentano un’ultima, disperata manovra. Il Pakistan, per mano del feldmaresciallo Asim Munir e del premier Shehbaz Sharif, ha messo sul tavolo una proposta di cessate il fuoco della durata di due settimane. L’obiettivo è guadagnare tempo, una risorsa che al momento sembra scarseggiare.
Washington e Teheran si parlano per interposta persona, con il supporto di Egitto e Turchia, nel tentativo di trasformare l’ultimatum in una proroga tecnica. Tuttavia, le posizioni restano distanti: l’Iran ha già respinto il piano statunitense in quindici punti, opponendo una controproposta in dieci punti che esige la fine definitiva della guerra e garanzie di non aggressione. Per gli ayatollah, non si può accettare una tregua che non risolva alla radice l’isolamento economico e militare del Paese.
La posizione del governo italiano
In questo scenario di escalation, l’Italia ha espresso una posizione netta attraverso una nota di Palazzo Chigi. Il governo ha ribadito la ferma condanna verso le condotte del regime di Teheran, citando esplicitamente le intimidazioni alla libertà di navigazione e la repressione interna. Al contempo, Roma ha alzato la voce per chiedere la tutela della popolazione civile iraniana.
La distinzione tra le responsabilità politiche del regime e il destino dei milioni di cittadini comuni è il pilastro su cui poggia l’appello italiano, che si allinea alle istituzioni dell’Unione Europea nel chiedere la salvaguardia delle infrastrutture civili, spesso finite nel mirino dei raid chirurgici delle ultime ore.
Eserciti pronti e minacce incrociate
Mentre il vice-presidente JD Vance assicura da Budapest che gli obiettivi militari americani sono stati in gran parte raggiunti, il clima sul campo resta infuocato. Teheran non arretra e vanta un arsenale ancora intatto, composto da 15mila missili e 45mila droni. Il presidente Pezeshkian ha evocato il sacrificio estremo di milioni di iraniani, mentre le Guardie Rivoluzionarie minacciano di bloccare le forniture di gas e petrolio all’Occidente per anni.
Sullo sfondo di questa prova di forza, si registrano piccoli segnali di distensione umanitaria: la liberazione della giornalista Shelly Kittleson e dei cittadini francesi Cécile Kohler e Jacques Paris. Resta però il giallo sulla successione al vertice del potere iraniano: Mojtaba Khamenei, secondo fonti d’intelligence, verserebbe in stato di incoscienza in una clinica di Qom, lasciando il regime in una pericolosa vacanza di comando proprio nel momento del massimo rischio bellico.
