La tregua Washington-Teheran traballa già: Israele esclude il Libano dall’accordo, incluso per l’Iran
A meno di ventiquattro ore dall’accordo siglato tra Usa e Iran, Netanyahu rivendica la libertà d’azione militare contro Beirut mentre i vertici iraniani denunciano tre violazioni già consumate prima dell’avvio dei negoziati di Islamabad.
Mohammad Bagher Ghalibaf
La tregua regge meno di un giorno. Netanyahu la svuota dal lato israeliano, l’Iran la contesta sul piano dei contenuti: il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Repubblica Islamica rischia di naufragare sul nodo libanese ancora prima che i negoziati di Islamabad abbiano inizio. Un’architettura diplomatica fragilissima, costruita in fretta nella notte, che già mostra le sue crepe strutturali.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha scelto il formato del videomessaggio per comunicare una posizione inequivocabile: l’accordo raggiunto tra Teheran e Washington “non è stata una sorpresa” per Israele, ma non rappresenta in alcun modo la fine della campagna militare. “Questa non è la fine della campagna: i negoziati sono una fase nel percorso verso il raggiungimento dei nostri obiettivi”, ha dichiarato Netanyahu, aggiungendo che Tel Aviv è “pronta a tornare al combattimento in qualsiasi momento”. La sintesi è affidata a un’immagine militare deliberatamente diretta: “Il nostro dito è sul grilletto”.
Israele fuori dall’accordo, ma dentro la crisi
Netanyahu ha anche consegnato la sua lettura geopolitica del momento: “L’Iran è oggi più debole che mai, mentre Israele è più forte che mai”. Una valutazione che serve a giustificare la continuità della pressione militare, inclusa quella su Hezbollah, che il premier considera esplicitamente fuori dal perimetro della tregua. Le sue parole sono arrivate quasi in parallelo con il briefing della portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, che ha confermato la posizione americana: il Libano non rientra nel cessate il fuoco concordato. Washington e Tel Aviv, su questo punto, parlano all’unisono.
È una convergenza che non sorprende sul piano tattico, ma che complica enormemente il quadro negoziale. Se Israele si riserva il diritto di colpire Hezbollah indipendentemente da qualsiasi accordo con Teheran, e se Washington avalla questa posizione, l’Iran si trova davanti a una scelta obbligata: accettare un cessate il fuoco che lascia il suo principale alleato regionale esposto, oppure denunciare l’accordo come svuotato prima ancora di essere applicato.
Teheran presenta il conto: tre violazioni già consumate
Teheran ha scelto la seconda opzione. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha pubblicato su X una dichiarazione che suona come un ultimatum: “Gli Stati Uniti devono scegliere — cessate il fuoco o guerra continuata tramite Israele. Non possono avere entrambe le cose”. Il Libano, ha precisato il capo della diplomazia iraniana, è “parte integrante della tregua”, e il mondo “assiste ai massacri a Beirut” mentre Washington tace.
Ancora più articolata è la posizione del presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha pubblicato un documento formale elencando tre violazioni dell’accordo già verificatesi prima dell’apertura dei negoziati. La prima: la mancata osservanza della clausola sul cessate il fuoco in Libano, che il premier pakistano Shehbaz Sharif aveva esplicitamente incluso nell’intesa, parlando di “cessate il fuoco immediato ovunque, incluso il Libano”. La seconda: l’ingresso di un drone nello spazio aereo iraniano, abbattuto nella città di Lar, nella provincia di Fars, “in chiara violazione della clausola che proibisce qualsiasi ulteriore violazione dello spazio aereo”. La terza: la “negazione del diritto dell’Iran all’arricchimento” dell’uranio, che sarebbe stata inclusa nella sesta clausola del quadro negoziale.
La conclusione di Ghalibaf è netta: “La stessa ‘base praticabile su cui negoziare’ è stata apertamente violata, ancora prima che i negoziati avessero inizio”. Dunque, “un cessate il fuoco bilaterale o dei negoziati sono irragionevoli”.
Islamabad, sabato: la delegazione Trump tenta il rilancio
In questo scenario già incrinato, la Casa Bianca annuncia l’invio a Islamabad di una delegazione negoziale di alto profilo. Leavitt ha confermato che il vicepresidente JD Vance guiderà il team insieme all’inviato speciale Steve Witkoff e a Jared Kushner. Il primo round di colloqui con l’Iran è fissato per sabato mattina, ora locale. La scelta del Pakistan come sede è coerente con il ruolo di mediatore assunto da Islamabad: il premier Sharif aveva già posto il suo nome sull’intesa, invocando un cessate il fuoco “immediato ovunque”.
La composizione della squadra americana — tre nomi che incarnano il cerchio ristretto di Trump — segnala che Washington considera ancora percorribile la via diplomatica. Ma le condizioni poste da Teheran nelle ultime ore rendono il margine di manovra estremamente stretto. Se l’Iran arriverà al tavolo di Islamabad chiedendo il riconoscimento formale del Libano come parte dell’accordo e garanzie sull’arricchimento dell’uranio, la distanza con la posizione americana — e soprattutto israeliana — resterà incolmabile.
La variabile decisiva rimane Netanyahu. Finché Tel Aviv non si sentirà vincolata da alcun accordo sul fronte settentrionale, ogni intesa tra Washington e Teheran sarà strutturalmente incompleta. E Teheran lo sa. “La palla è nel campo degli Stati Uniti”, ha concluso Araghchi. Un passaggio che suona meno come un’apertura negoziale e più come la registrazione formale di un’impasse.
