Giallo in Medioriente: perché Trump ha bloccato il raid di Netanyahu in Iran. Il piano segreto Usa

razziguerra

Donald Trump interviene direttamente nella crisi mediorientale e ottiene lo stop di un attacco israeliano contro l’Iran già approvato dal governo di Benjamin Netanyahu. La notizia, riportata dall’emittente israeliana Channel 12 sulla base di fonti governative e militari, segna una brusca frenata nell’escalation che nelle ultime ore aveva riportato la regione sull’orlo di uno scontro aperto.

Parallelamente, Teheran ha annunciato la sospensione delle proprie operazioni contro Israele. Una scelta che non equivale a una de-escalation definitiva. La leadership iraniana continua infatti a minacciare una risposta ancora più dura qualora Israele dovesse proseguire le proprie attività militari, soprattutto sul fronte libanese.

La telefonata che cambia tutto

Secondo la ricostruzione di Channel 12, Netanyahu aveva autorizzato nel pomeriggio un’operazione di vasta portata contro obiettivi iraniani. L’attacco era ormai nella fase finale della preparazione quando è arrivata una telefonata dalla Casa Bianca.

Trump avrebbe chiesto al premier israeliano di fermarsi. Pochi minuti dopo, il piano è stato congelato. Una decisione che conferma il peso dell’amministrazione americana nelle scelte strategiche di Israele e che riflette la volontà di Washington di impedire un allargamento del conflitto.

Lo stesso presidente statunitense ha successivamente rivendicato il proprio ruolo. In un’intervista al Financial Times ha utilizzato toni perentori nei confronti del leader israeliano.

“Non avrà alcuna scelta. Decido io. Decido tutto io. È lui che non decide”, ha dichiarato Trump, riferendosi alla prospettiva di un accordo negoziato dagli Stati Uniti con l’Iran.

Parole che fotografano il tentativo della Casa Bianca di mantenere il controllo politico della crisi e di evitare iniziative unilaterali capaci di compromettere il percorso diplomatico.

Teheran sospende ma rilancia le minacce

Dall’altra parte, il comando militare d’emergenza iraniano Khatam al-Anbiya ha annunciato la cessazione delle operazioni armate contro Israele.

Nel comunicato diffuso dai media della Repubblica islamica, la sospensione viene però accompagnata da un avvertimento esplicito. Se dovessero continuare quelle che Teheran definisce “aggressioni” israeliane, in particolare nel sud del Libano, la risposta iraniana sarebbe “molto più severa e schiacciante rispetto a prima”.

Anche il presidente Masoud Pezeshkian ha ribadito che la scelta diplomatica non rappresenta un arretramento sul piano militare.

“La difesa e la diplomazia sono i due pilastri della potenza nazionale. Non abbiamo abbandonato né il campo di battaglia né il tavolo dei negoziati”, ha scritto sul social X.

La linea iraniana appare dunque duplice: mantenere aperto il confronto con Washington e, allo stesso tempo, conservare la capacità di deterrenza militare nei confronti di Israele.

Il nodo dei colloqui con Washington

Malgrado il lancio di missili balistici contro Israele, il primo attacco iraniano dall’entrata in vigore della tregua dell’8 aprile, Trump continua a sostenere che il processo negoziale non sia compromesso. “Non avrà alcun impatto sull’accordo”, ha assicurato il presidente americano.

La stessa posizione è stata confermata da Teheran. Il portavoce del Ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, ha dichiarato che i colloqui con gli Stati Uniti proseguono e che tra i dossier centrali resta quello relativo ai fondi iraniani congelati all’estero.

Su questo punto la Repubblica islamica mantiene una linea rigida. “Non intendiamo fare concessioni”, ha affermato Baghaei durante un briefing con la stampa. L’obiettivo di entrambe le parti resta quello di evitare che gli episodi militari delle ultime ore facciano deragliare un negoziato considerato strategico sia da Washington sia da Teheran.

Resta acceso il fronte libanese

Se il confronto diretto tra Israele e Iran sembra aver registrato una temporanea pausa, il teatro libanese continua a rappresentare il principale fattore di rischio. Un alto ufficiale israeliano, citato da Channel 12, ha chiarito che le operazioni nel Libano meridionale proseguiranno senza rallentamenti. Israele considera infatti prioritario contenere le attività di Hezbollah lungo il confine settentrionale.

La stessa fonte ha avvertito che eventuali nuovi attacchi contro le comunità israeliane potrebbero provocare un’estensione delle operazioni ai sobborghi meridionali di Beirut, storica roccaforte del movimento sciita.

Uno scenario che rischierebbe di riaccendere immediatamente la tensione regionale e di mettere nuovamente sotto pressione il fragile equilibrio costruito nelle ultime ore dalla diplomazia americana.

Trump, attraverso una serie di messaggi pubblicati su Truth Social, continua a chiedere la cessazione immediata delle ostilità. Secondo il presidente americano, entrambe le parti stanno lavorando a un cessate il fuoco e i negoziati per un’intesa complessiva sarebbero entrati nella fase finale.

Per il momento, tuttavia, la tregua resta appesa a un equilibrio precario: le operazioni sono sospese, le minacce restano sul tavolo e il rischio di una nuova escalation non può ancora considerarsi superato.