Legge elettorale, Meloni ricompatta la maggioranza: il centrodestra reintroduce le preferenze ma restano i capilista bloccati

Il Pd tenta di cancellare il primo nome imposto dalla lista, ma Fratelli d’Italia torna nei ranghi dopo il confronto con Lega e Forza Italia.

Giorgia Meloni

Giorgia Meloni (foto governo.it)

Giorgia Meloni porta a casa il voto del Senato sulla nuova legge elettorale. L’emendamento di maggioranza, a prima firma Alberto Lisei, passa con 97 sì, 67 no e due astensioni e introduce fino a tre preferenze nei collegi plurinominali, ma mantiene i capilista bloccati. Gli elettori potranno scegliere i candidati attraverso le preferenze, individuandoli tra sei nomi, mentre l’ordine alternato uomo-donna delle candidature resta previsto soltanto sul piano formale.

Il centrodestra evita la rottura

Il risultato ricompatta il centrodestra dopo una giornata in cui Fratelli d’Italia aveva valutato la possibilità di sostenere alcuni subemendamenti delle opposizioni. Il Pd aveva presentato una proposta, a prima firma Dario Parrini, destinata a cancellare i capilista bloccati e a introdurre quelle che le opposizioni hanno definito “preferenze vere”. Altri quattro testi, con contenuto analogo, erano stati presentati dagli altri gruppi.

La prospettiva di un voto di FdI insieme alle opposizioni aveva provocato la reazione immediata di Lega e Forza Italia. Il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, ha chiesto una lunga sospensione dei lavori. Durante la pausa, i gruppi di maggioranza hanno discusso il rischio che un voto contrario agli accordi potesse mettere in discussione l’intesa sull’intera riforma.

Alla ripresa, il governo si è rimesso all’Aula e non ha espresso parere contrario ai subemendamenti delle opposizioni. La scelta ha lasciato aperta, fino al momento del voto, la possibilità di un esito diverso da quello concordato dalla maggioranza. Malan ha però chiarito la posizione del gruppo: “FdI mantiene gli accordi all’interno della maggioranza. Voteremo contro questo emendamento”.

Il testo Parrini è stato quindi respinto con 99 voti contrari e 68 favorevoli. Stessa sorte per gli altri quattro subemendamenti. Poco dopo, l’Aula ha approvato la proposta Lisei con il voto compatto del centrodestra.

Le preferenze entrano con un limite

Il meccanismo approvato introduce una novità rispetto al sistema attuale: l’elettore potrà indicare fino a tre preferenze scegliendo i nomi all’interno di un elenco di sei candidati. La riforma, tuttavia, non elimina i capilista bloccati. Il primo candidato resta quindi individuato senza preferenza dell’elettore.

La modifica interviene anche sulle regole per la rappresentanza di genere. Il Rosatellum prevede per i capilista un’alternanza di genere che il nuovo testo elimina. Rimane invece un’alternanza formale nell’ordine di presentazione delle candidature: i nomi, compreso quello del capolista, devono essere collocati secondo un ordine alternato tra uomini e donne.

La disposizione non garantisce però un risultato proporzionale tra i sessi negli eletti. L’elezione dipende infatti dalle preferenze ottenute e non dall’ordine di presentazione della lista, fatta salva la posizione del capolista bloccato.

Una seconda norma stabilisce inoltre che, nel complesso delle candidature presentate da ciascuna lista, nessuno dei due generi possa superare il 60 per cento. Anche questa previsione agisce sulla composizione delle candidature e non determina automaticamente una quota equivalente tra gli eletti.

Meloni rivendica il ritorno delle urne personali

La presidente del Consiglio ha rivendicato il risultato sui social, concentrando il messaggio sulla reintroduzione delle preferenze. “Le preferenze, nel voto per il Parlamento, mancavano dal 1993, cioè da quasi 35 anni. Oggi tornano perché il centrodestra ha scelto di reintrodurle, su proposta di Fratelli d’Italia”, ha scritto Meloni.

La premier ha poi attaccato le opposizioni sulla loro posizione: “La differenza non è tra chi vuole più preferenze e chi ne vuole meno. È tra chi le ha rimesse nella legge e chi no”. Il riferimento è alla lunga disputa parlamentare sul sistema di scelta dei candidati e alle posizioni assunte dai diversi partiti nel corso degli anni.

FdI ha accompagnato il voto con una protesta in positivo: alcuni parlamentari hanno esposto in Aula cartelli con la scritta “Con noi preferenze con loro zero preferenze”. Una rivendicazione che sintetizza la strategia del partito: presentare il compromesso raggiunto nel centrodestra come il ritorno di un istituto che mancava dal sistema elettorale parlamentare da oltre tre decenni.

Le opposizioni contestano il compromesso

Le opposizioni hanno letto il voto in modo opposto. Giuseppe Conte ha accusato la premier di aver rinunciato alle posizioni espresse in passato per mantenere l’unità della maggioranza: “Meloni si smentisce ancora una volta e, nascondendosi dietro la fedeltà alla maggioranza, vota contro la possibilità che i cittadini possano esprimere delle vere preferenze”.

Elly Schlein ha collegato la questione delle preferenze alla struttura complessiva della riforma. “Per non perdere la legge, Meloni ha perso la faccia”, ha dichiarato la segretaria del Pd, ricordando le precedenti posizioni della premier a favore delle preferenze. Secondo Schlein, la maggioranza dei parlamentari continuerebbe a essere eletta attraverso liste bloccate.

Matteo Renzi ha scelto un’altra strada, dedicando parte del proprio intervento alla rilettura di una dichiarazione della stessa Meloni, risalente al 2014, nella quale la leader di Fratelli d’Italia si pronunciava a favore delle preferenze. Dai banchi dell’opposizione è arrivata così la contestazione della distanza tra quella posizione e il compromesso approvato dal Senato.

Anche il Movimento 5 Stelle ha contestato un’altra parte del provvedimento, quella relativa alla presentazione delle liste. Conte ha definito la norma sulle firme una “norma truffa della casta”. Riccardo Magi ha parlato di “un altro schifo di questa legge”, mentre da Alleanza Verdi e Sinistra la riforma è stata definita un “danno alla democrazia”.

Aumenta il costo per i nuovi partiti

La riforma contiene infatti anche una modifica alle condizioni per presentare liste non già rappresentate in Parlamento. L’emendamento di Antonella Zedda, di Fratelli d’Italia, porta ad almeno 9 mila il numero delle firme necessarie per la presentazione.

La disposizione è stata contestata da Più Europa, che l’ha definita “uno scandalo antidemocratico”. Nello stesso intervento normativo viene però affrontato anche il tema dei partiti minori all’interno delle coalizioni: i loro voti concorreranno al totale della coalizione ai fini della competizione elettorale.

La modifica elimina inoltre la cosiddetta norma “anti-cespugli”, secondo quanto riferito nel dibattito parlamentare, intervenendo sul meccanismo attraverso il quale le formazioni minori contribuiscono al risultato della coalizione. La combinazione tra accesso alle candidature, preferenze e meccanismi di coalizione costituisce quindi uno dei punti destinati a incidere sulla competizione tra i partiti.

La vera partita si sposta alla Camera

Il voto del Senato non chiude la questione politica. La terza lettura alla Camera viene considerata più delicata anche per la possibilità del voto segreto. È questo il passaggio nel quale le tensioni emerse a Palazzo Madama potrebbero tornare a incidere sull’iter della riforma.

Durante la giornata, Roberto Vannacci aveva sfidato pubblicamente Meloni proprio sul tema delle preferenze, chiedendo coerenza alla maggioranza. Il confronto assume un rilievo politico perché la questione elettorale si intreccia con gli equilibri interni al centrodestra e con la competizione tra le diverse forze dell’area.

Il precedente della Camera ha inoltre pesato sulla gestione parlamentare. In una precedente votazione sulle preferenze, il governo aveva espresso parere favorevole a un emendamento e l’esecutivo era tecnicamente andato sotto. A Palazzo Madama, per evitare un nuovo incidente, il governo ha scelto di rimettersi all’Aula mentre la maggioranza ricomponeva il fronte.

Per questo non è escluso che alla Camera l’esecutivo scelga di porre la questione di fiducia. La scelta consentirebbe di ricondurre il voto dentro il perimetro della maggioranza, riducendo il margine per nuove iniziative individuali, ma renderebbe ancora più evidente il carattere politico del passaggio.

La legge incrocia il calendario politico

La riforma elettorale si intreccia anche con le prospettive della legislatura. Una frattura sul testo potrebbe modificare le previsioni sulla data delle prossime elezioni politiche, oggi oggetto di valutazioni diverse dentro il centrodestra e nelle opposizioni.

La possibilità di un voto in primavera viene collegata anche alla crescita di nuove formazioni nell’area della destra e alla necessità dei partiti di calibrare i tempi della competizione. Un’elezione anticipata lascerebbe meno spazio alla costruzione politica di Futuro nazionale, mentre un voto in autunno offrirebbe più tempo ai nuovi soggetti per consolidarsi.

Lega e Forza Italia, secondo le posizioni emerse nel dibattito politico, guarderebbero con maggiore favore a una scadenza autunnale. Per gli azzurri significherebbe avere più tempo per rafforzare il proprio profilo nella coalizione; per la Lega, più tempo per affrontare le tensioni interne e arrivare alla competizione elettorale con un assetto definito.

Anche nel centrosinistra il calendario ha conseguenze. Un voto anticipato ridurrebbe il tempo a disposizione per la ridefinizione degli equilibri tra Pd, Movimento 5 Stelle e altre forze dell’opposizione. Un rinvio, al contrario, offrirebbe maggiore spazio alla competizione per la leadership della coalizione.

Il Senato ha dunque chiuso una votazione senza defezioni della maggioranza, ma non ha cancellato le contraddizioni emerse durante l’iter. Il centrodestra ha mantenuto l’accordo sulle preferenze e ha conservato i capilista bloccati. La verifica decisiva sarà ora alla Camera, dove il possibile voto segreto rende più difficile prevedere se l’equilibrio raggiunto a Palazzo Madama potrà essere riprodotto.