La riforma del cinema passa alla Camera, ma saltano due misure sui finanziamenti
l provvedimento sostenuto da maggioranza e Pd introduce un nuovo ente pubblico dal gennaio 2028. Nel voto finale vengono però cancellati il contributo diretto alle sale e quello selettivo per la produzione indipendente.
Camera dei deputati
La Camera ha approvato con 218 voti favorevoli, sei contrari e nessun astenuto il testo unico sul Cinema e sull’audiovisivo, che ora passa all’esame del Senato. Il provvedimento istituisce dal 1° gennaio 2028 l’Agenzia per il cinema e l’audiovisivo, alla quale saranno trasferite le principali funzioni operative, gestionali e attuative oggi esercitate dal Ministero della Cultura.
Il voto ha un peso politico che va oltre il contenuto della riforma. Il testo nasce dalla confluenza di iniziative parlamentari presentate da schieramenti diversi: una proposta a prima firma della segretaria del Pd Elly Schlein è stata unificata con quella di Federico Mollicone, esponente di Fratelli d’Italia. La convergenza arriva dopo gli appelli di Pupi Avati per un accordo trasversale sul rilancio del settore.
Una nuova struttura dal 2028
L’Agenzia assorbirà le funzioni gestionali della Direzione generale Cinema. Al ministero resteranno l’indirizzo politico, la vigilanza strategica e i poteri ispettivi. La riforma prevede inoltre un Forum composto da sedici membri e una Commissione di venti esperti incaricata di decidere l’assegnazione dei contributi selettivi. Il governo riceve anche tre deleghe, con un termine massimo di ventiquattro mesi per esercitarne la principale.
La nuova architettura viene presentata come un modello di maggiore autonomia gestionale del settore. Ma proprio sul termine “indipendente” emergono le principali riserve. Il direttore dell’Agenzia sarà nominato con decreto del presidente della Repubblica, su proposta del ministro della Cultura. Anche la composizione degli organi mantiene un forte ruolo dell’esecutivo.
Nel consiglio di amministrazione, composto da cinque membri, due saranno designati dal ministro della Cultura, uno dal Tesoro, uno dalla Conferenza Stato-Regioni e uno dal Forum. Quest’ultimo sarà nominato integralmente dal ministro, compreso il presidente. Anche i venti componenti della commissione incaricata delle valutazioni saranno nominati dal ministro con decreto.
Il nodo della copertura finanziaria
Il passaggio parlamentare ha modificato anche la parte economica del provvedimento. Sono stati soppressi l’articolo 5, relativo al sostegno alle sale cinematografiche, e l’articolo 6, dedicato ai contributi selettivi alla produzione indipendente. Quest’ultimo è stato cancellato all’unanimità dopo il parere della commissione Bilancio.
L’articolo 5 prevedeva dal 2028 la trasformazione dell’attuale credito d’imposta per le sale, oggi compreso tra il 20 e il 40 per cento, in un contributo diretto esente. La misura avrebbe potuto coprire anche i costi di funzionamento delle sale, oltre agli interventi strutturali, con maggiorazioni per quelle storiche.
La commissione Bilancio non ha contestato in sé l’assenza di risorse, ma il meccanismo previsto. Il nuovo contributo avrebbe attinto allo stesso Fondo utilizzato dal credito d’imposta, senza un coordinamento ritenuto sufficiente con i limiti di spesa. Il raccordo finanziario avrebbe richiesto una revisione del testo; la soluzione adottata è stata invece la soppressione delle disposizioni.
Il voto sull’articolo 5 revocato
La gestione dell’ultimo passaggio ha mostrato anche le difficoltà emerse in Aula. Durante la votazione sul mantenimento dell’articolo 5, i parlamentari hanno premuto il tasto contrario da entrambe le parti. Il presidente della Camera ha quindi dovuto revocare la votazione, avvertendo del rischio di creare un errore nel provvedimento.
La cancellazione delle due misure finanziarie incide soprattutto sul sostegno alle sale e alla produzione indipendente, cioè su una parte del settore che nel confronto politico era stata indicata tra i destinatari della riforma. Il risultato finale lascia così in piedi il nuovo assetto istituzionale, ma riduce la componente economica del testo.
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha definito l’approvazione una “legge storica” e ha indicato nella collaborazione parlamentare un modello da mantenere anche al Senato. Ha inoltre parlato di un nuovo rapporto con il settore fondato sul dialogo e ha inserito il riordino del tax credit tra i pilastri della riforma.
Dal Pd Elly Schlein ha rivendicato il carattere bipartisan dell’operazione, richiamando l’appello di Avati a superare gli schieramenti per il rilancio del cinema. Il relatore Gimmi Cangiano ha definito il voto un momento di maturità parlamentare, mentre il Pd ha parlato di “legge Schlein”.
Il passaggio decisivo al Senato
Il provvedimento non è ancora legge. Dopo il voto di Montecitorio dovrà superare l’esame del Senato, dove maggioranza e opposizione saranno chiamate a confermare o modificare l’impianto approvato dalla Camera. Il dato politico più netto resta quello dei 218 voti favorevoli, frutto della convergenza tra iniziative di maggioranza e opposizione.
Il risultato finale presenta però una riforma con un nuovo organismo pubblico e con competenze operative sottratte al ministero, mentre le due disposizioni finanziarie più direttamente rivolte alle sale e alla produzione indipendente sono state eliminate. Sul nuovo assetto resta inoltre da verificare, nei passaggi successivi, quanto l’autonomia dell’Agenzia sarà effettiva rispetto al peso delle nomine ministeriali. I dettagli finanziari richiamati dal Servizio bilancio non risultavano, al momento indicato nel testo, corredati da relazione tecnica.
Pupi Avati, che aveva sostenuto la necessità di una soluzione trasversale, ha accolto l’approvazione ricordando la propria battaglia parlamentare: “A 87 anni allora è servito battersi per questa legge ed è passata a pieni voti, è meraviglioso”. A Montecitorio il provvedimento è già stato ribattezzato “legge Avati”.
