Meloni e Tusk contro l’E3: il vertice londinese divide gli alleati su Kiev
Donald Tusk e Giorgia Meloni
La riunione ristretta di Londra tra Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer e Volodymyr Zelensky provoca reazioni critiche da Roma e Varsavia nei giorni successivi. Il tema è la rappresentanza nei colloqui di pace e il margine di manovra che una coalizione frammentata concede a Mosca.
La geometria europea sui colloqui ucraini entra in crisi subito dopo il vertice di Londra. Non è uno scontro frontale, ma una contrapposizione fra due visioni della strategia atlantica: da un lato il ristretto formato di tre grandi potenze occidentali (Francia, Germania, Regno Unito) che agisce nella convinzione di accelerare le decisioni; dall’altro, Italia e Polonia che chiedono voce nei negoziati di pace – un diritto, sostengono, guadagnato sul campo negli ultimi anni.
La protesta del premier polacco
Donald Tusk ha telefonato a Meloni confermando il suo disagio per il formato scelto. “Qualsiasi accordo a cui la Polonia non partecipa non sarà vincolante per la Polonia”, ha scandito in conferenza stampa a Varsavia. Non è una minaccia vaga: è la dichiarazione che Varsavia non si riconosce in decisioni prese a porte chiuse fra tre soli alleati. Tusk ha descritto il dilemma europeo con realismo spietato. Quando i tre agiscono, gli altri protestano; quando diventano cinque, il numero sale ancora; quando si riuniscono tutti i ventisette, l’unanimità richiesta dal trattato rende ogni decisione praticamente impossibile. È il parallelogramma dei vicoli ciechi europei.
Il premier polacco ha anticipato una riunione allargata nei giorni prossimi, con Italia e Polonia al tavolo. Il messaggio è esplicito: sul terreno ucraino, nessuno agisce senza consenso di Roma e Varsavia.
La giustificazione italiana
Guido Crosetto ha risposto in Commissioni riunite con una logica formale quanto severa. “I partecipanti li decide chi convoca – non chi vuole partecipare”. L’analogia della nazionale ha il merito della chiarezza: un allenatore seleziona i giocatori; non è il calciatore a imporsi. L’E3 è un formato storico a tre, così come l’E5 (cui l’Italia partecipa) non comprende la Spagna. Non è scortesia verso Madrid; è struttura del formato.
Il ministro ha anche ricordato che nei governi precedenti, già esistevano incontri E2, E3, E4 da cui l’Italia era assente. Nessuno aveva allora gridato al tradimento. Crosetto ha assicurato che la posizione dell’E3 coincide con quella italiana su Kiev. È una questione di procedura, non di divergenza politica.
Il rischio della frammentazione
Ma la giustificazione procedurale non cancella il problema sostanziale. Un formato ristretto a tre potenze – per quanto autorevoli – lascia fuori due attori decisivi nella coalizione anti-russa: la Polonia, che confina con l’Ucraina ed è la più colpita dall’invasione; l’Italia, che mantiene peso decisionale sia nell’Unione che nella Nato. Escluderli dai colloqui di pace non è solo una questione di etichetta diplomatica. È un errore di calcolo strategico, perché riduce il margine di manovra collettivo nei negoziati.
I cinque punti usciti da Londra – base territoriale del fronte, garanzie vincolanti per Kiev, asset russi congelati, sicurezza europea – dovranno tornare al tavolo dell’E5. Il punto più delicato, quello sulla sicurezza europea, è già teatro di scontri fra Macron (favorevole al dialogo con Putin) e Varsavia (fermamente contraria). Senza Polonia e Italia cooptate dalla partenza, quella divisione rischia di diventare insanabile.
