Oriana Fallaci e Giorgia Meloni
Oriana Fallaci torna nel dibattito pubblico attraverso le parole di Giorgia Meloni, e il richiamo non è soltanto celebrativo. Nel giorno della nascita della scrittrice, la presidente del Consiglio ha scelto di riaprire una delle questioni più controverse e durature del nostro tempo: il destino dell’Occidente, la sua identità, la sua capacità di restare fedele ai propri principi.
Meloni parla di una civiltà fondata su libertà, dignità della persona, democrazia e diritto. È una definizione ampia, quasi obbligata, ma non per questo innocua. Perché oggi l’Occidente non è in difficoltà solo sul piano geopolitico; è in difficoltà soprattutto sul piano simbolico, nella difficoltà di riconoscersi, di difendersi, di spiegarsi a se stesso. Ed è qui che il pensiero di Fallaci torna a esercitare una sua forza scomoda.
La giornalista fiorentina non fu mai una voce accomodante. Nei suoi testi, e in particolare in quelli pubblicati dopo l’11 settembre, c’è l’idea di un’Europa esitante, intimorita, spesso più pronta a relativizzare che a prendere posizione. Il suo giudizio poteva risultare eccessivo, persino abrasivo, ma intercettava una fragilità reale: quella di una civiltà che, nel tentativo di mostrarsi aperta, finisce talvolta per apparire incerta su ciò che vuole preservare.
È anche per questo che Fallaci continua a dividere. C’è chi la legge come una coscienza anticipatrice, capace di cogliere prima di altri il nodo dell’identità occidentale. E c’è chi le rimprovera di avere trasformato il conflitto culturale in una chiave di lettura assoluta. Ma al di là delle appartenenze, resta un dato: il suo lessico è ancora capace di provocare reazioni forti proprio perché tocca una zona scoperta del discorso pubblico.
Come va difeso l’Occidente
Il messaggio di Meloni si inserisce in questa scia, ma con un linguaggio diverso. Meno urlato, più istituzionale, più adatto a un messaggio di governo. Il punto, però, è lo stesso: se l’Occidente è davvero una civiltà, allora non può essere difeso solo come formula retorica. Deve esserlo nei fatti, nelle scelte, nella coerenza tra principi proclamati e realtà politica.
Qui si misura anche l’attualità di Fallaci. Non nella nostalgia per le sue polemiche, ma nella domanda che lascia in eredità: fino a che punto una società può dirsi libera se comincia a dubitare dei propri fondamenti? È una domanda che oggi riguarda la politica, ma anche la cultura, i media, l’opinione pubblica. E che obbliga a distinguere tra difesa dei valori e uso strumentale dei valori.
Per questo il richiamo di Meloni non va letto solo come omaggio a una grande firma del Novecento, ma come un tentativo di rimettere al centro una questione che l’Europa continua a rimandare. Fallaci, piaccia o no, resta una figura utile non perché avesse sempre ragione, ma perché seppe trasformare il disagio in diagnosi. Ed è proprio nelle diagnosi scomode che, spesso, si misura la tenuta di una civiltà.
