Fine vita, Forza Italia avverte: “Il Parlamento deve dare una risposta, basta rinvii in commissione”

malatoospedalefinevita

Il centrodestra sul fine vita non regge più come blocco compatto. La certificazione tecnica portata in commissione al Senato dall’ingegnere del Cnr Emilio Campana – il dispositivo usato da Libera è replicabile, adattabile, distribuibile al Servizio sanitario nazionale – ha fatto saltare l’equilibrio precario su cui la maggioranza teneva fermo il provvedimento. Fratelli d’Italia aveva costruito il proprio freno su un argomento tecnico: l’auto-somministrazione non era possibile in Italia, il caso di Libera era un’eccezione irripetibile. Quell’argomento non esiste più. E Forza Italia, con Stefania Craxi in testa, ha già scelto da che parte stare.

Craxi rompe gli indugi

“Chiederò di calendarizzare l’esame del ddl in aula prima possibile”, ha annunciato Craxi, presidente del gruppo azzurro a Palazzo Madama. “Una risposta è necessaria, spero in uno scatto e una presa di coscienza del Parlamento”. Non è una dichiarazione isolata. Forza Italia aveva già anticipato la propria posizione inserendo in un emendamento al testo di maggioranza la norma che obbliga le strutture sanitarie a reperire i dispositivi necessari tramite il Cnr. Con la deposizione di Campana, quell’emendamento acquista una concretezza tecnica che prima mancava. La mossa è politica prima che procedurale: Craxi incarna la linea liberale che Marina Berlusconi ha impresso al partito dopo la morte del fondatore, e su questo terreno non intende cedere alla cautela di Fratelli d’Italia.

Il ddl giaceva in commissione da un anno. Era stato inserito in calendario per inizio giugno, nella versione elaborata dal centrosinistra a firma del deputato dem Alfredo Bazoli, e poi rinviato. Da quel momento il provvedimento è rimasto sospeso, privo di una data certa per la ripresa dei lavori. L’accelerazione di Forza Italia introduce ora una pressione interna alla coalizione che il governo non può ignorare a lungo.

Il nodo del testo di maggioranza

Bazoli ha escluso che la discussione possa riprendere sul testo dei relatori Zanettin e Zullo. Le ragioni sono politiche e di merito insieme: quel testo “esclude il Servizio sanitario nazionale, restringe le condizioni e prevede un comitato unico nazionale nominato dal governo”. Tre elementi che il centrosinistra giudica incompatibili con una legge che tuteli concretamente il diritto del paziente, e che segnano una distanza strutturale tra le due impostazioni.

Il testo della maggioranza disegna un percorso centralizzato e selettivo, con criteri di accesso più stringenti rispetto alla giurisprudenza consolidata dopo la sentenza della Corte costituzionale del 2019 sul caso Cappato-Antoniani. Quello del centrosinistra punta invece a recepire quella giurisprudenza in modo diretto, affidando al Ssn l’organizzazione delle procedure e ai comitati etici territoriali il vaglio dei singoli casi.

Le opposizioni hanno attaccato senza esitazione. Il centrodestra, hanno ricordato, ha “finora affossato la legge” invocando un ostacolo tecnico che la deposizione di Campana ha smontato punto per punto. Ora che l’alibi è caduto, il confronto si sposta interamente sulla volontà politica di legiferare – e su quale legge.

Il Cnr e il caso Lenzi

La deposizione di Campana ha avuto anche un risvolto istituzionale, con ricadute che il centrosinistra ha immediatamente trasformato in munizione politica. Il 16 giugno, il presidente del Cnr Andrea Lenzi era stato sentito in audizione e aveva ridimensionato il coinvolgimento dell’ente, descrivendo l’incarico a Campana come un’iniziativa individuale autorizzata dal tribunale di Firenze, senza implicare la presidenza dell’ente nella decisione.

Una settimana dopo, Campana ha smentito quella ricostruzione: ha dichiarato di aver tenuto informata la presidenza in ogni fase del lavoro, di persona e per iscritto, inclusa la nota in cui si comunicava ai giudici fiorentini la possibilità di replicare il dispositivo “in tempi rapidi” per le Asl e il Ssn.

La contraddizione tra le due versioni non è passata inosservata. Le opposizioni hanno puntato il dito contro Lenzi, accusandolo di aver tentato di limitare la portata istituzionale di un’operazione che invece aveva avuto copertura interna. Il punto non è solo di correttezza amministrativa: se il Cnr è formalmente coinvolto nella vicenda – e non soltanto il singolo ingegnere – le implicazioni per una futura produzione in serie del dispositivo cambiano, sia sul piano della responsabilità che su quello delle risorse.

Il dispositivo, i costi, il diritto

Sul piano tecnico, Campana ha fornito dati precisi. Il prototipo non rientra nella definizione di dispositivo medico ai sensi del regolamento europeo vigente, il che semplifica l’iter per un’eventuale distribuzione su larga scala. Il costo di realizzazione è stato di diecimila euro, sostenuto dall’Ausl. Il meccanismo – un puntatore oculare collegato a una pompa di infusione – ha consentito a Libera di azionare autonomamente la somministrazione del farmaco, esprimendo una volontà che il sistema ha registrato e tradotto in atto. Nella nota inviata ai magistrati fiorentini, Campana aveva già scritto che è “possibile ipotizzare lo sviluppo in tempi rapidi di alcune copie identiche del dispositivo, da mettere a disposizione delle aziende sanitarie locali o del Ssn”.

Libera era morta il 25 marzo. Aveva atteso due anni perché le fosse riconosciuto quel diritto: dall’istanza al tribunale di Firenze, attraverso le autorizzazioni giudiziarie, la nomina dell’ingegnere, la costruzione del prototipo, il collaudo e la verifica del consenso informato. Il suo ultimo auspicio, riferito da chi le era vicino, era che “nessuno aspetti due anni per un suo diritto”. Campana, che era presente il giorno della morte, ha detto in commissione che ciò che lo aveva colpito di più non era stato l’aspetto tecnico ma quello umano: attorno a lei c’erano persone “le cui vite erano bloccate per darle assistenza”. Quella scena, ha aggiunto, “mi ha consentito di capire che era la cosa giusta da fare”.

Il caso di Libera è stato il primo in cui un dispositivo realizzato su incarico giudiziario ha consentito l’auto-somministrazione in Italia. Ora che quel dispositivo è certificato come replicabile, economicamente accessibile e giuridicamente non classificato come presidio medico, l’eccezione diventa precedente. E il Parlamento non ha più ragioni tecniche per non decidere.