La Corte Suprema blocca Trump: lo ius soli resta garantito dal XIV Emendamento per tutti i nati negli Stati Uniti
La Corte Suprema degli Stati Uniti ha posto un argine costituzionale alla politica migratoria di Donald Trump, dichiarando che il diritto alla cittadinanza per nascita – garantito dal Quattordicesimo Emendamento – si applica a tutti i nati sul suolo americano, inclusi i figli di immigrati senza documenti e di stranieri titolari di visto temporaneo. La sentenza frustra uno degli obiettivi dichiarati del secondo mandato presidenziale e riapre il dibattito sulle possibili vie legislative alternative, nessuna delle quali appare praticabile nel breve periodo.
Il testo della sentenza e il perimetro della tutela
“I bambini nati negli Stati Uniti da genitori presenti illegalmente o temporaneamente sono soggetti alla giurisdizione degli Stati Uniti e sono cittadini dalla nascita ai sensi della clausola sulla cittadinanza del Quattordicesimo Emendamento”, si legge nel dispositivo.
Cinque giudici su nove hanno sostenuto questa interpretazione, che di fatto neutralizza l’ordine esecutivo firmato da Trump nelle settimane iniziali del suo secondo mandato. Il provvedimento presidenziale mirava a negare la cittadinanza ai nati da genitori entrati irregolarmente nel Paese o presenti con visto di lavoro, di studio, turistico o per ragioni umanitarie – una platea di situazioni che copre una frazione consistente dei nati ogni anno sul territorio americano.
Le implicazioni pratiche della decisione sono di portata considerevole. Secondo le stime circolate durante il procedimento, un’eventuale conferma dell’ordine esecutivo avrebbe comportato la revoca della cittadinanza a circa 250.000 bambini ogni anno. Una quota di questi, in assenza di un’alternativa legale, sarebbe potuta diventare apolide: priva, cioè, di qualsiasi riconoscimento giuridico da parte di qualunque Stato. La Corte ha escluso questa possibilità, riaffermando l’interpretazione consolidata della clausola di cittadinanza vigente da oltre un secolo.
Il fronte politico: reazioni e offensive retoriche
La risposta dell’esecutivo e dei suoi alleati al Congresso è stata immediata e netta. Mike Johnson, speaker della Camera e tra le figure repubblicane più allineate alla linea Trump, ha definito la pronuncia “deludente”, sostenendo che il diritto di nascita sia stato “gravemente abusato negli ultimi anni”. “Si viene semplicemente sul suolo americano e si fa nascere il proprio bambino, e poi possono usufruire dello stato sociale e di tutto il resto”, ha dichiarato in conferenza stampa. Un argomento ricorrente nell’arsenale retorico della destra nativista, che tuttavia si scontra con i dati a disposizione.
Toni ancora più accesi sono venuti da Stephen Miller, il principale architetto della politica migratoria dell’amministrazione. In un post su X, Miller ha bollato la sentenza come “una delle decisioni più distruttive e scioccanti” mai emesse dalla Corte Suprema, sostenendo che “la cittadinanza americana non è un diritto di nascita per il mondo” e che “nessuna disposizione della Costituzione può essere letta come se richiedesse la nostra auto-obliterazione nazionale”. La formulazione riprende un registro tipicamente identitario, che trasla il piano giuridico-costituzionale su quello della preservazione demografica e culturale della nazione.
Trump, dal canto suo, ha affidato la propria risposta a Truth Social, definendo la sentenza “un peccato per il nostro Paese” e annunciando la propria intenzione di spostare la partita al Congresso. “Non è necessario un lungo e ingombrante emendamento costituzionale! Il Congresso dovrebbe iniziare oggi a lavorare per porre fine alla costosa e ingiusta cittadinanza per diritto di nascita”, ha scritto il presidente, assicurando “completo e totale supporto” a ogni iniziativa legislativa in tal senso.
Il nodo del turismo delle nascite e i dati reali
Uno degli argomenti centrali nel dibattito politico è stato quello del cosiddetto “turismo delle nascite” – la pratica con cui donne straniere si recherebbero negli Stati Uniti con l’unico fine di partorire e ottenere così la cittadinanza americana per il figlio. Tuttavia, nel corso delle arringhe orali svoltesi dinanzi alla Corte lo scorso aprile, lo stesso avvocato che rappresentava il governo federale aveva ammesso che “nessuno sa con certezza” quanto sia realmente diffuso il fenomeno. Un’ammissione significativa, che ridimensiona la narrativa alla base dell’ordine esecutivo.
I dati disponibili tendono a circoscriverne la portata. Il Center for Immigration Studies – un think tank di orientamento dichiaratamente anti-immigrazione – ha stimato che le nascite da donne straniere titolari di visto turistico ammontano a una cifra compresa tra 20.000 e 26.000 all’anno. Una quantità che rappresenta meno dell’uno per cento del totale dei nati negli Stati Uniti in un dato anno. La distanza tra la pressione politica esercitata dall’amministrazione e la dimensione effettiva del problema è dunque rilevante, e la sentenza della Corte ne riflette, almeno implicitamente, la sproporzione.
La via del Congresso: ostacoli costituzionali e aritmetiche sfavorevoli
Trump ha prospettato un percorso alternativo: quello legislativo. L’idea è che il Congresso possa intervenire per limitare lo ius soli attraverso una legge ordinaria, senza dover ricorrere alla procedura, molto più onerosa, di modifica costituzionale. Ma entrambe le strade presentano ostacoli che rendono l’obiettivo difficilmente raggiungibile nel medio termine.
Sul piano costituzionale, la pronuncia della Corte è esplicita: il diritto alla cittadinanza per nascita è garantito dal Quattordicesimo Emendamento, non da una legge ordinaria suscettibile di abrogazione o modifica con una semplice maggioranza. Un emendamento che volesse sopprimere o limitare tale diritto richiederebbe una maggioranza di due terzi in entrambi i rami del Congresso – Camera e Senato – e la ratifica da parte di tre quarti degli Stati federati. Una soglia che, nell’attuale contesto politico, è da considerarsi virtualmente inaccessibile. I repubblicani, in particolare, hanno buone ragioni per non spingere in quella direzione: un’iniziativa che prendesse esplicitamente di mira le comunità di origine latinoamericana comporterebbe un costo elettorale elevato, proprio mentre le elezioni di medio termine del novembre prossimo si avvicinano.
Sul fronte del Senato, la situazione non è meno complicata. Una legislazione ordinaria in materia di cittadinanza avrebbe bisogno di sessanta voti per superare l’ostruzionismo previsto dalle regole interne della Camera alta. I repubblicani controllano il Senato con un margine insufficiente a raggiungere quella soglia in autonomia: servirebbero almeno sette voti democratici, un apporto che nessun osservatore considera realistico nelle condizioni politiche attuali. La via parlamentare, dunque, appare bloccata tanto quanto quella giudiziaria.
Un precedente che consolida un diritto ultracentenario
La sentenza della Corte Suprema non si inserisce in un vuoto giuridico. L’interpretazione estensiva del Quattordicesimo Emendamento – ratificato nel 1868 nel contesto della Ricostruzione post-guerra civile, con l’obiettivo di garantire la cittadinanza agli ex schiavi – è consolidata da un precedente del 1898, il caso United States v. Wong Kim Ark, in cui la stessa Corte Suprema stabilì che il figlio di immigrati cinesi nato negli Stati Uniti era cittadino americano a pieno titolo, indipendentemente dallo status giuridico dei genitori. Da allora, quella interpretazione non era mai stata rimessa in discussione a livello federale.
Il tentativo dell’amministrazione Trump di aggirarla per via esecutiva rappresentava quindi una rottura con oltre un secolo di prassi costituzionale. La Corte ha ora ribadito la continuità di quella tradizione, respingendo la tesi secondo cui lo status giuridico dei genitori possa condizionare la cittadinanza del figlio nato sul suolo americano. La pronuncia rafforza al tempo stesso la posizione dei giudici che avevano già segnalato, durante le udienze, forti perplessità sulla sostenibilità costituzionale dell’ordine esecutivo.
Per l’amministrazione Trump, la sconfitta giudiziaria si aggiunge a una serie di contenziosi legali che hanno rallentato o bloccato parti rilevanti dell’agenda migratoria del secondo mandato. Sul tema dello ius soli, il fronte si sposta ora formalmente al Congresso – dove, però, le prospettive di successo restano, almeno allo stato attuale, assai limitate.
