Morte Fakir, tra dolore e politica: la sinistra emette il verdetto prima dell’inchiesta

HNq7jkeW0AA-Yk_

La morte di Abderrahim Fakir, il 42enne deceduto al Pilastro di Bologna dopo un intervento delle forze dell’ordine, impone un unico punto fermo: la necessità di accertare fino in fondo cosa sia accaduto. Sarà la magistratura, attraverso immagini, testimonianze e perizie tecniche, a ricostruire la dinamica di un intervento ancora al centro di molti interrogativi.

La Procura di Bologna ha aperto un fascicolo, acquisito i filmati delle bodycam degli agenti, recuperato i video circolati sui social e disposto l’autopsia. Un percorso investigativo appena avviato, chiamato a stabilire se vi siano state responsabilità o se l’azione degli operatori sia rientrata nei limiti previsti dalla legge.

Ma mentre gli inquirenti muovono i primi passi, il caso è già diventato terreno di scontro politico. Dal centrosinistra sono arrivate accuse e richieste di chiarimento rivolte alle forze dell’ordine e al governo. Una reazione che ha alimentato la polemica con la maggioranza, che denuncia il rischio di una condanna anticipata degli agenti prima ancora che siano noti gli elementi dell’inchiesta. Il nodo, ancora una volta, è il delicato equilibrio tra il diritto a chiedere verità e il dovere di rispettare il principio di presunzione di innocenza.

Un’indagine ancora senza responsabili

La Procura ha iscritto sei persone nel nuovo registro “modello 45-bis”: due poliziotti del commissariato Bolognina-Pontevecchio e quattro operatori del 118. Una scelta tecnica che non equivale alla tradizionale iscrizione nel registro degli indagati, ma serve a garantire la possibilità di svolgere tutti gli accertamenti necessari tutelando i diritti delle persone coinvolte.

L’ipotesi di reato è quella di omicidio colposo. Il procedimento è coordinato dal procuratore capo Paolo Guido e affidato al sostituto procuratore Domenico Ambrosino.

La Procura ha chiarito che il modello 45-bis viene utilizzato nei casi in cui, nella fase iniziale delle verifiche, possa emergere l’esistenza di una possibile causa di giustificazione prevista dal codice penale. Una distinzione non solo formale: significa che gli accertamenti devono essere svolti senza trasformare automaticamente chi vi partecipa in un soggetto accusato.

Bodycam e autopsia

Gli investigatori della Squadra Mobile stanno analizzando le immagini registrate dagli agenti. Saranno quei filmati, insieme all’esame autoptico affidato a un collegio di medici legali, a fornire elementi decisivi sulle cause della morte e sulla sequenza degli eventi.

Il procuratore Guido ha sottolineato che l’inchiesta non si concentrerà soltanto sul video diventato virale sui social, ma sull’intero sviluppo dell’intervento: dalla chiamata dei cittadini all’arrivo della polizia, fino alle modalità dell’intervento sanitario. Il rischio, sottolineano gli inquirenti, è quello di ricostruire un episodio complesso attraverso immagini parziali e fuori contesto.

La ricostruzione

Secondo le prime informazioni raccolte, Fakir avrebbe avuto un comportamento alterato, arrivando ad aggredire un automobilista e a colpire la serranda di un garage. I residenti avrebbero quindi richiesto l’intervento delle forze dell’ordine.

Quando gli agenti sono arrivati sul posto, sarebbe stato richiesto anche l’intervento del 118, dopo la segnalazione di una persona in evidente stato di crisi. Per fermarlo sarebbe stato utilizzato spray urticante e successivamente sarebbe scattata l’immobilizzazione.

Restano però da chiarire alcuni passaggi fondamentali: la dinamica esatta del contenimento, l’origine delle lesioni riportate dal 42enne e il rapporto tra quelle ferite e il decesso. Saranno questi gli elementi decisivi dell’inchiesta.

Lo scontro politico

Il caso Fakir ha però assunto rapidamente una dimensione politica. Dal centrosinistra sono arrivate parole dure. Laura Boldrini, deputata del Pd e presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo, ha definito “scioccanti” le immagini dell’intervento, chiedendo di fare piena luce sulla vicenda.

“Non si può morire quando si è nelle mani dello Stato”, ha dichiarato, sollecitando risposte rapide per la famiglia di Fakir e per la tutela dello Stato di diritto. Una posizione che ha innescato la reazione della maggioranza. Da Fratelli d’Italia è arrivata l’accusa alla sinistra di aver trasformato una vicenda ancora da chiarire in un atto d’accusa contro le forze dell’ordine.

Il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, intervenendo a Bologna, ha definito “vergognoso” l’atteggiamento di chi, a suo giudizio, avrebbe già individuato responsabilità senza attendere il lavoro della magistratura.

“Chiedere verità è legittimo – è il ragionamento di Bignami – ma insinuare che ci sia stata un’ingiustizia commessa dalle forze dell’ordine prima ancora di conoscere i fatti significa sostituire il processo politico a quello giudiziario”.

Anche il sindacato di polizia Siulp, attraverso il segretario generale Felice Romano, ha difeso l’operato degli agenti, invitando a valutare l’intera sequenza dell’intervento e non soltanto frammenti video diffusi sui social.

Tra verità e propaganda

Il punto centrale resta uno: la morte di una persona durante un intervento dello Stato richiede trasparenza e rigore. Ogni eventuale responsabilità dovrà essere accertata senza sconti.

Ma altrettanto importante è evitare che una vicenda giudiziaria ancora alle prime battute venga trasformata in uno strumento di contrapposizione politica. Prima delle sentenze vengono le prove. Prima dei giudizi vengono i fatti.