I single diventano la prima forma familiare in Italia: 9,9 milioni di adulti vivono soli

I dati Istat e Ocse certificano il sorpasso storico sui nuclei con figli, tra costi della vita superiori dell’80% e un cuneo fiscale che penalizza i lavoratori senza partner.

donna

L’Italia si scopre un Paese di persone sole: con 9,9 milioni di individui, pari al 37% del totale dei nuclei censiti dall’Istat, le famiglie monopersonali sono diventate la tipologia familiare più diffusa sul territorio nazionale. Un italiano adulto su cinque vive oggi privo di coabitanti, sancendo un sorpasso storico sulle coppie con figli, ridotte al 28,4% dell’intero panorama sociale. Trent’anni fa la composizione dei nuclei vedeva la presenza di genitori e prole in quasi la metà delle abitazioni (47,9%), mentre la quota di persone sole si attestava al 21%. La media dei componenti per famiglia è scesa a 2,2 persone, testimoniando un mutamento strutturale della demografia del Paese.

La platea dei 9,9 milioni di solitudini presenta una distribuzione anagrafica e uno stato civile eterogenei. Le donne costituiscono la maggioranza relativa, pari al 53,4% del totale. Quasi la metà delle persone che vivono sole (il 47%) ha superato i 65 anni di età, con un terzo complessivo rappresentato da vedovi. La componente giovanile sotto i 35 anni si ferma invece al 10%, ambito nel quale la permanenza in un nucleo monopersonale assume per lo più un carattere transitorio. Nella fascia d’età centrale, compresa tra i 35 e i 64 anni, i celibi e le nubili superano numericamente le persone separate o divorziate. Tra la popolazione non anziana la percentuale di chi risiede da solo è pressoché raddoppiata dai primi anni Duemila a oggi.

Mappa del fenomeno e confronti internazionali

La crescita dei nuclei monopersonali si inserisce in una tendenza generale che coinvolge la totalità delle economie avanzate. Nei Paesi dell’Unione europea gli adulti che vivono soli rappresentano il 37,4% delle famiglie, in aumento rispetto al 33% rilevato nel 2016. L’incidenza risulta particolarmente pronunciata nelle nazioni scandinave e nell’area baltica, mentre registra valori inferiori nell’Europa meridionale, nell’Europa orientale e in America Latina. Negli Stati Uniti la quota ha raggiunto il 29%, a fronte del 20% censito nel 1975. All’interno dell’area Ocse quasi un quinto della popolazione totale risiede in abitazioni monocomponente, rispetto al 15% di un decennio fa, con proiezioni dell’organizzazione che confermano un ulteriore incremento nei prossimi decenni.

In parallelo alla contrazione delle coppie con figli si registra la costante crescita dei nuclei monogenitoriali, nei quali i minori convivono con un solo genitore: tale tipologia è passata dall’8% a quasi l’11% del totale delle famiglie italiane nell’ultimo trentennio. È rimasta invece stabile, attorno al 20%, la quota delle coppie senza figli. Il fenomeno della solitudine abitativa, precisa l’Istat, non corrisponde necessariamente a un isolamento relazionale: l’83,7% di chi vive solo dichiara di poter contare su almeno una persona di riferimento in caso di necessità. La percentuale sfiora il 93% tra gli individui con meno di 34 anni, ma scende al 78% tra gli ultrasettantacinquenni.

I costi della vita in solitaria

La condizione di single comporta un impatto finanziario diretto e misurabile sul bilancio individuale. Secondo le stime dell’Ocse relative ai Paesi europei, una famiglia composta da un solo adulto presenta un rischio su tre di trovarsi in condizione di povertà o esclusione sociale. Un’analisi elaborata da Coldiretti su dati Istat quantifica nell’80% l’aumento complessivo del costo della vita per una persona sola rispetto alla spesa pro capite sostenuta da un membro di una famiglia di tre persone. L’esborso mensile destinato all’acquisto di alimenti e bevande per un single raggiunge i 337 euro, cifra superiore del 53% rispetto alla quota individuale dei nuclei con prole, condizionata dall’assenza sul mercato di formati idonei al consumo singolo.

I costi legati all’abitazione manifestano il divario più ampio: tra canoni di locazione, rate del mutuo e forniture energetiche, chi vive solo sostiene spese superiori del 156% rispetto al singolo componente di un nucleo familiare medio. Il fenomeno è accentuato dall’andamento del mercato immobiliare, dove il valore al metro quadro per i tagli di piccola metratura risulta proporzionalmente più elevato sia per le compravendite che per gli affitti. I divari di spesa si confermano rilevanti anche per quanto riguarda l’assistenza sanitaria (+87%) e l’utilizzo dei mezzi di trasporto (+16%). La combinazione di questi fattori riduce il grado di soddisfazione personale: solo il 41,9% dei single si dichiara “molto soddisfatto” della propria vita, contro il 48,3% di chi convive.

La penalizzazione del prelievo fiscale

Il quadro economico delle persone sole è ulteriormente aggravato dalla struttura delle aliquote fiscali. L’analisi dell’Ocse basata sull’anno fiscale 2022 evidenzia un cuneo fiscale nettamente differenziato a seconda della composizione del nucleo familiare. In Italia l’aliquota media complessiva gravante su un lavoratore single e privo di figli si attesta al 45,9%, contro il 34,9% applicato a un lavoratore coniugato con due figli a carico, traducendosi in uno scarto di 11 punti percentuali a sfavore di chi vive solo.

Questa sproporzione nel prelievo sul lavoro si riscontra in tutti i principali Paesi industrializzati. In Germania il divario fiscale raggiunge i 14,9 punti percentuali, con un’aliquota del 47,8% per il lavoratore singolo rispetto al 32,9% del lavoratore coniugato con prole. In Francia la tassazione passa dal 39,2% per le famiglie con figli al 47% per i single, mentre negli Stati Uniti la forbice varia dal 19,8% al 30,5%.

Scenari demografici e calo della natalità

Il carico fiscale differenziato non produce tuttavia l’effetto di incentivare la natalità. I tassi di fecondità continuano a mostrare una tendenza regressiva sia in Italia che nel resto d’Europa e negli Stati Uniti. Le proiezioni demografiche elaborate per il territorio italiano stimano che nel 2100 la popolazione residente scenderà a 44,7 milioni di abitanti, toccando il livello più basso censito dal 1936. Nel confronto storico, la struttura sociale appare capovolta: nel 1936 ogni nucleo familiare contava mediamente 4,3 componenti ed era caratterizzato da un indice di ricambio generazionale positivo. La curva demografica attuale prefigura invece una contrazione progressiva e prolungata dell’ammontare della popolazione.