Nasce la “Nato islamica”: Riad, Ankara e Islamabad uniscono le difese senza rompere con Washington

Il patto firmato alla Mecca prevede la difesa reciproca tra i tre Paesi e apre una nuova fase nella sicurezza del Medio Oriente, con Teheran e Israele tra i principali osservatori.

imageMohammed bin Salman, Recep Tayyip Erdoganok_cleanup

Mohammed bin Salman e Recep Tayyip Erdogan

Riad, Ankara e Islamabad hanno deciso di difendersi insieme. L’Accordo della Mecca, firmato il 7 agosto da Mohammed bin Salman, Recep Tayyip Erdogan e Shehbaz Sharif, stabilisce che un attacco contro uno dei tre Paesi sarà considerato un attacco contro tutti e introduce nel Medio Oriente una struttura che può diventare il nucleo di una “Nato islamica”.

La formula non significa che sia nata una nuova Nato. Il patto non sostituisce gli accordi già esistenti, la Turchia resta nell’Alleanza Atlantica e Pakistan e Arabia Saudita mantengono i propri rapporti strategici con gli Stati Uniti. La novità è un’altra: per la prima volta tre importanti potenze musulmane costruiscono una garanzia di sicurezza reciproca senza affidarne la regia a Washington.

La scelta arriva dopo mesi di guerra e di attacchi con missili e droni che hanno esposto la vulnerabilità dei Paesi del Golfo. Per Riad, il nuovo accordo è quindi soprattutto un’assicurazione: non l’abbandono degli Stati Uniti, ma la ricerca di un secondo livello di protezione regionale.

Una risposta alla vulnerabilità del Golfo

La scelta saudita arriva dopo mesi in cui la sicurezza garantita dalla presenza americana nel Golfo è stata sottoposta a una prova diretta. La guerra contro l’Iran, iniziata con gli attacchi statunitensi e israeliani del 28 febbraio, ha portato missili e droni iraniani e delle milizie alleate di Teheran contro Paesi del Golfo che per anni avevano considerato la protezione americana un deterrente sufficiente.

Nello stesso periodo Israele ha ampliato il raggio delle proprie operazioni militari da Gaza al Libano, alla Siria e all’Iran. L’evoluzione del conflitto ha mostrato anche i limiti della capacità di Washington di condizionare le decisioni del governo israeliano.

Riad non ha scelto di abbandonare gli Stati Uniti. Ha scelto di non considerarli più l’unico possibile garante della propria sicurezza. L’accordo non cancella le alleanze esistenti e Islamabad ha precisato che non sostituisce gli accordi bilaterali o multilaterali già in vigore. Ankara, inoltre, resta membro della Nato.

La novità riguarda quindi la geometria della sicurezza regionale. Alla struttura nella quale Washington protegge una serie di alleati si sovrappone un sistema nel quale le principali potenze dell’area cercano di mettere in comune risorse e capacità.

Tre Paesi con risorse complementari

L’Arabia Saudita porta nel nuovo dispositivo peso finanziario, capacità di investimento e centralità energetica. La Turchia dispone del secondo esercito della Nato e di un’industria della difesa che Ankara ha trasformato in uno degli strumenti della propria politica estera. Il Pakistan aggiunge un grande apparato militare, una lunga cooperazione con le forze saudite e la propria capacità nucleare.

Islamabad ha però escluso che l’accordo comporti automaticamente un’estensione a Riad del deterrente atomico pakistano. Il dato resta comunque rilevante sul piano strategico: il Pakistan è l’unica potenza nucleare del mondo musulmano.

Le differenze tra i tre firmatari spiegano anche la logica dell’intesa. Riad ha bisogno di profondità strategica e di proteggere infrastrutture energetiche esposte ad attacchi missilistici e con droni. Ankara vuole trasformare la propria crescita industriale nel settore della difesa — dai droni ai missili, dai sistemi elettronici alla difesa aerea — in ulteriore influenza politica. Islamabad dispone di uomini e capacità militari, ma necessita di capitali, energia e investimenti.

Già prima della firma il Pakistan aveva dispiegato in Arabia Saudita migliaia di militari, insieme a caccia, droni e sistemi di difesa aerea. L’accordo porta dunque dentro un quadro politico formalizzato una cooperazione che aveva già basi operative.

La clausola che guarda a Teheran

Il primo destinatario del messaggio è l’Iran, anche se i tre governi insistono sul carattere non ostile dell’intesa. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha spiegato che la clausola di difesa reciproca è, sul piano tecnico, analoga all’articolo 5 della Nato, precisando però che saranno i tre governi a decidere caso per caso natura e livello dell’assistenza.

La differenza rispetto a un automatismo militare è sostanziale. L’accordo aumenta tuttavia il costo potenziale di un attacco contro l’Arabia Saudita: una minaccia a Riad non dovrebbe più essere valutata soltanto sulla base della possibile risposta saudita o americana, ma anche considerando il coinvolgimento di Ankara e Islamabad.

La prima verifica riguarderà le cosiddette zone grigie. A meno di quarantotto ore dalla firma, gli Houthi yemeniti hanno rivendicato un attacco con drone contro la raffineria Saudi Aramco di Jazan. Il ministero dell’Energia saudita ha confermato un incendio, poi domato senza vittime, senza indicarne la causa.

L’episodio pone subito il problema centrale dell’accordo: come applicare la clausola di difesa quando l’aggressore non è formalmente uno Stato, ma una milizia sostenuta dall’Iran? E soprattutto: fino a che punto Ankara e Islamabad sarebbero disposte a intervenire direttamente contro gli Houthi o contro le milizie irachene legate a Teheran?

La risposta determinerà la distanza tra il valore politico dell’intesa e la sua efficacia militare. Contro un’aggressione convenzionale diretta, il meccanismo è relativamente leggibile. Contro droni lanciati da territori diversi, sabotaggi, attacchi di gruppi armati e operazioni marittime, la catena della responsabilità diventa molto più complessa.

Per questo i primi effetti concreti potrebbero riguardare soprattutto la difesa antiaerea e antimissile, l’intelligence, la protezione delle infrastrutture energetiche e la sicurezza delle rotte marittime, più che grandi operazioni militari comuni.

Israele osserva il nuovo equilibrio

Il secondo destinatario del messaggio è Israele. Il patto non è un’alleanza contro lo Stato ebraico e Riad non lo ha presentato in questi termini. La sua nascita segnala però che l’Arabia Saudita non considera più necessariamente la normalizzazione con Israele e l’integrazione nel sistema degli Accordi di Abramo come l’unica strada per costruire un nuovo ordine regionale.

Secondo quanto riferito da Reuters, tra gli obiettivi attribuiti dagli analisti all’intesa figura anche la costruzione di una capacità di deterrenza nei confronti dell’unilateralismo militare israeliano. L’ufficio del premier Benjamin Netanyahu non ha commentato la firma.

La posizione saudita resta quindi diversa da quella iraniana. Riad non cerca necessariamente uno scontro con Israele né una rottura con Washington. Cerca piuttosto maggiore autonomia nella gestione della propria sicurezza, mentre il conflitto regionale ha reso più evidente la difficoltà di affidarsi a un solo garante esterno.

L’Egitto può allargare il progetto

Il prossimo passaggio sarà l’eventuale ampliamento dell’accordo. Erdogan ha chiarito che l’ambizione turca non si limita ai tre fondatori. Fidan ha indicato esplicitamente l’Egitto come possibile nuovo membro e Ankara, Riad, Islamabad e Il Cairo hanno già avviato un formato di coordinamento a quattro, denominato R4, per affrontare le crisi regionali.

Sono inoltre previsti un comitato ministeriale e un segretariato generale con sede in Arabia Saudita. La costruzione di questi organismi indica la volontà di trasformare la firma della Mecca in un meccanismo permanente, non in una semplice dichiarazione politica.

L’ingresso dell’Egitto avrebbe un peso specifico rilevante. Aggiungerebbe il maggiore esercito del mondo arabo e collegherebbe in modo diretto il Golfo, il Mediterraneo orientale e l’Asia meridionale.

Ma proprio il caso egiziano mostra i limiti del progetto. Il Cairo mantiene un trattato di pace con Israele e una relazione militare strutturale con gli Stati Uniti. La Turchia è membro della Nato, mentre Arabia Saudita e Pakistan conservano rapporti strategici rispettivamente con Washington e Pechino.

Il sistema che si sta delineando non appare quindi destinato a produrre blocchi rigidamente contrapposti. Più probabilmente sarà composto da alleanze sovrapposte, con gli stessi Paesi impegnati contemporaneamente in partnership differenti.

Hormuz e Mar Rosso sotto pressione

Il momento della firma aggiunge un altro elemento alla strategia saudita. Iran e Oman stanno cercando di definire un’intesa sullo Stretto di Hormuz, attraverso il quale in condizioni normali transita circa un quinto del petrolio e del gas mondiale. Teheran ha affermato che il negoziato è nelle “fasi finali”, subordinando però la piena riapertura dello Stretto a ulteriori concessioni statunitensi.

Sul fronte occidentale, gli Houthi continuano a esercitare pressione sul traffico nel Mar Rosso e hanno dichiarato un blocco navale contro l’Arabia Saudita. Riad si trova così tra due passaggi strategici, Hormuz a est e Bab el-Mandeb a ovest, entrambi esposti direttamente o indirettamente alla pressione iraniana.

La risposta saudita non consiste nella ricerca di uno scontro frontale con Teheran, ma nella costruzione di una rete di sicurezza più ampia. La Turchia ha già manifestato interesse a partecipare alla coalizione internazionale per la protezione della navigazione nel Mar Rosso, mentre Pakistan e Turchia hanno sostenuto il progetto saudita di una maggiore cooperazione marittima.

Difesa aerea, intelligence, droni, navi e protezione delle infrastrutture possono diventare i settori nei quali il patto passerà dalla dichiarazione all’operatività. Sarà soprattutto su questi terreni che si misurerà la capacità dei tre firmatari di trasformare una garanzia politica in deterrenza concreta.

Il risultato, almeno nella fase iniziale, potrebbe essere un Medio Oriente più multipolare senza diventare necessariamente diviso in blocchi. L’Iran e la sua rete di alleati restano un polo di potenza; Israele conserva una superiorità militare e tecnologica sostenuta dalla relazione strategica con Washington; Arabia Saudita, Turchia e Pakistan cercano ora di costruire uno spazio autonomo, non necessariamente ostile agli altri due, ma meno dipendente da ciascuno di essi.