Putin punta sulla Cina per sostituire il mercato europeo del gas, ma Xi prende tempo
Il colloquio in Kirghizistan non produce novità sul collegamento da 50 miliardi di metri cubi annui destinato a passare dalla Mongolia. Restano da definire costi, quantità e condizioni finanziarie.
Il vertice di Bishkek tra Xi Jinping e Vladimir Putin si è chiuso senza progressi su Power of Siberia 2, il nuovo gasdotto destinato a collegare i giacimenti russi della Siberia occidentale alla Cina attraverso la Mongolia. Il progetto era nell’agenda dell’incontro e Mosca aveva lasciato intendere che gli accordi potessero essere finalizzati, ma il resoconto cinese non registra alcun passo avanti.
Alla vigilia del faccia a faccia, il consigliere del Cremlino Yuri Ushakov aveva confermato che i due presidenti avrebbero affrontato il dossier e aveva evocato la possibilità di concludere gli accordi. Dopo l’incontro, invece, l’agenzia ufficiale cinese Xinhua ha riferito della volontà di rafforzare la cooperazione in commercio, energia, industria e trasporti senza citare il gasdotto.
La mancata intesa non interrompe il negoziato, ma conferma che i nodi economici restano irrisolti. Mosca sostiene di avere già raggiunto con Pechino, durante la visita di Putin in Cina nel settembre 2025, un memorandum giuridicamente vincolante. Quel documento, però, non equivale al contratto definitivo di fornitura.
Prezzo e condizioni restano il nodo
Per arrivare alla costruzione dell’infrastruttura mancano ancora elementi decisivi: il prezzo del gas, i volumi effettivamente garantiti e le condizioni finanziarie dell’opera. Anche il precedente incontro tra Xi e Putin, nel maggio scorso, non aveva consentito di chiudere il negoziato.
Il punto più delicato resta il prezzo. Secondo quanto riferito a luglio dal Wall Street Journal, funzionari cinesi avrebbero comunicato ad Alexei Miller, amministratore delegato di Gazprom, che Pechino sarebbe disposta a sostenere il progetto soltanto a condizioni molto favorevoli, con un prezzo vicino a quello applicato sul mercato interno russo.
Per Gazprom sarebbe una condizione onerosa. Il gas verrebbe ceduto a un prezzo molto inferiore a quello già scontato riconosciuto dalla Cina per le forniture attraverso il primo Power of Siberia, con il rischio di ridurre in modo consistente la redditività del nuovo progetto.
La questione non riguarda soltanto il valore di una singola commessa. Power of Siberia 2 dovrebbe trasportare fino a 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno dai giacimenti della Russia occidentale alla Cina passando per la Mongolia. È una capacità paragonabile a quella che aveva Nord Stream 1 verso l’Europa e rappresenta per Mosca una possibile destinazione per parte delle riserve della penisola di Yamal rimaste prive del loro principale mercato.
Il progetto assume quindi un peso diverso per i due contraenti. Per la Russia significa trasformare in esportazioni asiatiche una parte del gas precedentemente destinato all’Europa. Per la Cina significa aggiungere una fonte alle numerose forniture di cui già dispone.
Pechino può attendere, Mosca no
È questa la differenza che condiziona la trattativa. Uno studio dell’Oxford Institute for Energy Studies pubblicato quest’anno sottolinea la debolezza negoziale russa nel passaggio dai mercati europei a quelli asiatici: nel caso del gas, la diversificazione di Mosca non coincide con l’accesso a una pluralità di grandi clienti, ma soprattutto con la dipendenza da un unico compratore, la Cina.
Il petrolio offre al produttore una possibilità che il gas trasportato via tubo non consente nella stessa misura. Il greggio può essere caricato sulle petroliere e indirizzato verso compratori diversi; una grande infrastruttura per il gas crea invece un rapporto di lungo periodo tra un produttore e determinati mercati.
Pechino conosce questa asimmetria. Per il gas proveniente dalla Siberia occidentale, la Russia dispone oggi di alternative limitate. La Cina, invece, può scegliere tra forniture russe, gas dell’Asia centrale, gas naturale liquefatto e produzione interna.
Prima della guerra in Ucraina il rapporto negoziale era diverso. Gazprom poteva contare sui clienti europei e su una rete di infrastrutture già costruite. La Russia poteva quindi distribuire le proprie forniture su più mercati. Oggi la perdita di gran parte della domanda europea rende la ricerca di sbocchi alternativi una necessità strutturale.
La Cina non si trova nella stessa condizione. Importa gas dall’Asia centrale, in particolare dal Turkmenistan, acquista Gnl da Australia e Qatar, aumenta la produzione interna e continua a diversificare le fonti. Il gas russo resta conveniente, ma non costituisce per Pechino l’unica risposta alla domanda energetica.
La crisi europea cambia il negoziato
Anche le tensioni in Medio Oriente non hanno modificato finora il calcolo cinese al punto da accelerare l’accordo. Le difficoltà alla navigazione nello Stretto di Hormuz aumentano il valore strategico delle forniture terrestri, ma non cancellano il vantaggio negoziale accumulato da Pechino.
La Cina può dunque attendere condizioni più favorevoli. La Russia, al contrario, ha un interesse crescente a trasformare in contratti effettivi i nuovi rapporti energetici con l’Asia.
La prima infrastruttura offre la misura della crescita dei rapporti bilaterali. Power of Siberia è entrato in funzione alla fine del 2019 e nel 2025 ha trasportato in Cina circa 38,8 miliardi di metri cubi di gas russo, superando leggermente la capacità contrattuale prevista. Gli accordi raggiunti nel 2025 prevedono inoltre di portare in prospettiva le forniture a 44 miliardi di metri cubi annui.
Un’ulteriore rotta dall’Estremo Oriente russo dovrebbe iniziare le consegne alla Cina nel gennaio 2027, con una capacità prevista di 12 miliardi di metri cubi. Power of Siberia 2 appartiene però a una scala diversa e, soprattutto, svolge una funzione strategica specifica per Mosca: dovrebbe utilizzare riserve della Siberia occidentale precedentemente orientate verso l’Europa.
Per questo il progetto pesa più sulla strategia russa che sulla sicurezza energetica cinese. La Cina può considerarlo un ulteriore canale di approvvigionamento; la Russia lo considera anche uno strumento per sostituire un mercato perduto.
Gazprom cerca una nuova destinazione
Il calendario europeo rende il problema più urgente. L’Unione europea ha deciso l’eliminazione definitiva delle importazioni di gas russo. Per i contratti di lungo termine via gasdotto, lo stop scatterà dal 30 settembre 2027, con un possibile rinvio al primo novembre soltanto in circostanze legate al livello degli stoccaggi.
La decisione consolida una trasformazione già avviata dopo l’invasione dell’Ucraina: per Gazprom, che prima della guerra era il principale fornitore di gas dell’Europa, il mercato europeo non può più essere considerato il principale sbocco futuro.
I conti della società riflettono la pressione esercitata dalla perdita di una parte di quel mercato. Gazprom ha comunicato che l’utile del primo semestre 2026 è diminuito del 12 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, a 864 miliardi di rubli, circa 8,6 miliardi di euro. Il secondo trimestre ha beneficiato dell’aumento dei prezzi di petrolio e gas, ma la società punta sulla crescita delle forniture interne e delle esportazioni verso la Cina per sostenere i risultati futuri.
Power of Siberia 2 diventa così parte di una strategia più ampia. Mosca deve ricostruire verso l’Asia una capacità di esportazione che per decenni aveva avuto nell’Europa il proprio principale mercato. Pechino, invece, può utilizzare la disponibilità russa come leva per ottenere condizioni economiche più vantaggiose.
Gli scambi crescono, ma il peso non è uguale
L’asimmetria emerge anche dai rapporti commerciali complessivi. Nella prima metà del 2026 gli scambi tra Cina e Russia sono aumentati del 25 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La Cina ha incrementato gli acquisti di greggio russo, mentre le esportazioni cinesi verso la Russia sono cresciute nei settori delle automobili, dei macchinari e degli altri prodotti industriali.
Il dato più significativo, però, riguarda il peso relativo dei due mercati. Per Mosca, la Cina rappresenta ormai circa il 30 per cento delle esportazioni e intorno al 40 per cento delle importazioni. Per Pechino, la Russia pesa invece soltanto per pochi punti percentuali sul commercio complessivo.
Questa differenza limita la capacità russa di esercitare pressione economica. La Cina può aumentare o ridurre la propria esposizione verso la Russia senza mettere in discussione la struttura complessiva del proprio commercio estero. Per Mosca, invece, ogni ulteriore dipendenza dal mercato cinese aumenta il valore strategico delle decisioni prese a Pechino.
Il rapporto politico resta presentato dai due governi come una partnership strategica tra grandi potenze. Sul piano commerciale ed energetico, però, i numeri descrivono una relazione nella quale la dipendenza russa dal mercato cinese è cresciuta più rapidamente della dipendenza cinese da quello russo.
Il dossier torna sul tavolo a Vladivostok
Power of Siberia 2 non è uscito dal negoziato. Il prossimo appuntamento indicato per il dossier è il 4 settembre a Vladivostok, dove si terrà l’ottavo Forum energetico russo-cinese nell’ambito dell’Eastern Economic Forum. Putin dovrebbe incontrare anche il vicepremier cinese Ding Xuexiang, che segue direttamente i dossier della cooperazione energetica.
La questione resta quindi aperta, ma i termini della trattativa sono definiti. Mosca ha bisogno di trasformare il gas della Siberia occidentale in un nuovo flusso di esportazioni verso l’Asia; Pechino può decidere tempi e condizioni senza avere la stessa urgenza.
Il mancato accordo di Bishkek non chiude il progetto. Conferma però che la partita non si gioca più soltanto sulla dichiarata solidità della relazione politica tra Russia e Cina. Nel negoziato sul gas, il vantaggio contrattuale appartiene alla parte che ha più alternative. E oggi, su questo terreno, è la Cina.
