Berlusconi, tre anni dopo: il vuoto di una politica che non parla più ai leader
Gaetano Mineo 12 Giugno 2026
Silvio Berlusconi
Tre anni dopo la morte di Silvio Berlusconi, avvenuta il 12 giugno 2023, il giudizio storico sulla sua figura resta inevitabilmente divisivo. Ma c’è un dato che precede ogni appartenenza politica: la sua assenza continua a pesare nel dibattito pubblico italiano e internazionale. Accade ogni volta che si discute del futuro del centrodestra, delle difficoltà dell’Europa nel trovare una voce comune o dell’incapacità della diplomazia occidentale di prevenire i conflitti prima che esplodano.
Berlusconi non è stato semplicemente uno dei protagonisti della Seconda Repubblica. Ne è stato uno degli architetti. Con il suo ingresso in politica nel 1994 ha modificato gli equilibri del sistema, imponendo un modello di leadership personale che avrebbe influenzato per decenni la vita pubblica italiana. Ha costruito il centrodestra, riunendo culture fino ad allora distanti: l’eredità democristiana, il liberalismo, il regionalismo della Lega e la destra post-missina. Un’operazione che ha consolidato il bipolarismo e che, sotto forme diverse, continua ancora oggi a rappresentare l’ossatura della competizione politica nazionale.
Il suo bilancio di governo resta oggetto di discussione. Alcune riforme hanno inciso stabilmente nella vita del Paese: dalla patente a punti all’abolizione della leva obbligatoria, dalle politiche infrastrutturali agli interventi sul mercato del lavoro. Altre scelte hanno invece alimentato profonde contrapposizioni, contribuendo a rendere permanente uno scontro politico, mediatico e giudiziario che ha accompagnato l’intera parabola berlusconiana.
Eppure, a distanza di anni, non è tanto la politica interna a suscitare le maggiori riflessioni quanto la dimensione internazionale della sua leadership. In un’epoca in cui la diplomazia sembra affidarsi sempre più alle dichiarazioni pubbliche e sempre meno ai rapporti personali, Berlusconi rappresentava una scuola diversa. Credeva che il dialogo diretto tra i leader fosse uno strumento di governo delle crisi e non un elemento accessorio della politica estera.
Il vertice di Pratica di Mare del 2002 resta il simbolo più evidente di quella stagione. In quel momento l’Italia riuscì a svolgere un ruolo centrale nel riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia, portando allo stesso tavolo George W. Bush e Vladimir Putin. Oggi quell’immagine appartiene a un’altra epoca. La guerra in Ucraina, il deterioramento dei rapporti tra Mosca e l’Occidente e le crescenti tensioni internazionali hanno cancellato l’illusione di un ordine globale fondato sulla cooperazione.
Naturalmente nessuno può stabilire se la presenza di Berlusconi avrebbe modificato il corso degli eventi. La storia non si costruisce con le ipotesi. Tuttavia è legittimo osservare come pochi leader europei abbiano avuto, contemporaneamente, un rapporto personale consolidato con Washington e con Mosca. La sua cifra politica era proprio questa: considerare il contatto diretto tra i capi di Stato e di governo come una leva diplomatica da utilizzare prima che i conflitti diventassero irreversibili.
Lo stesso ragionamento vale per il Medio Oriente, attraversato oggi da una nuova e pericolosa escalation. Sarebbe arbitrario attribuirgli capacità risolutive che nessun leader possiede. Ma Berlusconi apparteneva a una generazione politica convinta che la mediazione dovesse precedere lo scontro e che la diplomazia dovesse lavorare soprattutto lontano dai riflettori.
Non sorprende, allora, che a tre anni dalla sua scomparsa siano ancora numerosi i riconoscimenti internazionali. Tra questi quello del ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, che lo ha definito “un leader innovativo e un vero amico di Israele”, ricordandone il contributo al rafforzamento delle relazioni tra Roma e Tel Aviv.
Il punto, tuttavia, non è stabilire se Berlusconi avesse sempre ragione. La questione è un’altra. La sua figura richiama una stagione nella quale l’Europa disponeva di leader capaci di assumersi il rischio politico della mediazione e di coltivare relazioni personali che andavano oltre i rigidi schemi delle alleanze.
Oggi il continente appare spesso prigioniero delle sue divisioni, mentre la politica internazionale si muove tra conflitti aperti, tensioni commerciali e nuovi equilibri geopolitici. In questo scenario, il ricordo di Berlusconi finisce per trasformarsi in qualcosa di diverso da una semplice commemorazione. Diventa il confronto con una domanda che continua a riaffacciarsi: se la politica abbia ancora figure in grado di parlare con tutti, anche con gli avversari, prima che siano le armi a prendere la parola.
