Chi sporca paga: Valditara vuole studenti responsabili dei beni scolastici e pubblici

Con un provvedimento firmato oggi, il ministro dell’Istruzione destina trenta milioni a progetti didattici nelle scuole italiane per radicare negli alunni il rispetto concreto del patrimonio comune.

Giuseppe Valditara (1)

Giuseppe Valditara

Trent’anni di scritte sui muri, banchi incisi, cestini rovesciati e aiuole divelte. Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha scelto di misurarsi con questa eredità con uno strumento doppio: un decreto che stanzia trenta milioni di euro e una circolare rivolta ai dirigenti scolastici di tutta Italia. L’obiettivo dichiarato è tradurre in pratica quotidiana un principio che la scuola repubblicana ha spesso predicato senza applicare: il rispetto del bene comune comincia nell’aula in cui si studia.

Il provvedimento firmato oggi finanzia “la realizzazione di progetti didattici per promuovere la cultura e il rispetto dei parchi cittadini e dei beni scolastici da parte degli studenti”. La misura si inserisce nel solco delle nuove linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica, che il ministero ha riformulato nel corso dell’ultimo anno scolastico. Non si tratta, dunque, di un’iniziativa isolata: è un tassello di un disegno più ampio che punta a restituire concretezza a una materia che ha rischiato a lungo di restare lettera morta nei programmi ministeriali.

La circolare: l’aula restituita com’era

La nota ministeriale inviata ai dirigenti contiene un’indicazione apparentemente semplice, ma carica di significato simbolico. Al termine delle lezioni, gli studenti dovranno lasciare l’aula nelle medesime condizioni in cui l’hanno ricevuta all’inizio della giornata. Nessuna rivoluzione pedagogica, nessuna teoria elaborata. Una regola pratica, verificabile, misurabile. Valditara l’ha presentata come un “importante esercizio di convivenza civile”: vivere e studiare in ambienti ordinati non è un vezzo borghese, è una competenza sociale che si costruisce giorno per giorno, mattone su mattone.

L’approccio riflette una scelta precisa sul piano culturale. Responsabilizzare gli studenti sull’uso corretto dei beni pubblici significa riconoscere loro una soggettività morale che troppo spesso la scuola ha negato, delegando la cura degli spazi al personale ausiliario e considerando gli alunni ospiti temporanei piuttosto che membri di una comunità. La circolare inverte questa prospettiva: l’alunno non è un fruitore passivo dell’edificio scolastico, ne è anche un custode.

Trenta milioni e la rete dei soggetti territoriali

Sul piano finanziario, i trenta milioni stanziati dal decreto rappresentano una cifra significativa, sebbene non risolutiva rispetto alla vastità del problema. Il valore dell’intervento va misurato soprattutto sul piano metodologico. Il ministero non intende erogare fondi per restaurare edifici o acquistare arredi: vuole finanziare progetti didattici, processi educativi, esperienze formative. La distinzione non è banale. Riparare un muro costa meno che cambiare un’abitudine; ma solo la seconda trasformazione dura nel tempo.

Valditara ha indicato con chiarezza i soggetti chiamati a collaborare: enti locali, associazioni, fondazioni. La scuola, in questa visione, non opera in isolamento. Si apre al territorio, costruisce alleanze, aggancia il proprio lavoro educativo alle reti civiche già esistenti. È un modello che ha funzionato in diverse esperienze locali — dai programmi di adozione dei parchi urbani alle iniziative di manutenzione condivisa degli spazi pubblici — e che ora trova una cornice nazionale.

Gli spazi pubblici come aule all’aperto

C’è un passaggio del decreto che merita attenzione particolare. Una volta riqualificati, i parchi e gli spazi pubblici oggetto dei progetti didattici potranno essere trasformati in “veri e propri ambienti didattici all’aperto”. L’idea non è nuova nella tradizione pedagogica europea — dalle scuole all’aperto del primo Novecento alle esperienze scandinave di apprendimento nella natura — ma è insolita nel contesto italiano, storicamente ancorato a un modello d’istruzione centrato sull’aula chiusa e sul libro di testo.

Se l’intenzione verrà tradotta in pratica, si apre uno scenario interessante: gli studenti che curano un parco ne diventano anche gli utenti privilegiati sul piano didattico. Il cerchio si chiude. La responsabilità genera appartenenza, e l’appartenenza genera cura. Resta da vedere se le scuole sapranno cogliere questa opportunità o se i trenta milioni si disperderanno, come accaduto in passato, in progetti di facciata destinati a esaurirsi con la fine dell’anno scolastico.