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Lettura: Cisgiordania, scontro Londra-Gerusalemme: 12 Paesi contro gli insediamenti, accuse di pulizia etnica e ritorsioni
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Politica

Cisgiordania, scontro Londra-Gerusalemme: 12 Paesi contro gli insediamenti, accuse di pulizia etnica e ritorsioni

Ultimo aggiornamento: 23 Settembre 2026 17:23
Maurizio Balistreri
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Il Regno Unito e altri undici Paesi hanno annunciato restrizioni commerciali sui prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania, mentre Londra ha definito illegale l’occupazione e accusato i coloni di violenze contro i palestinesi. Israele ha reagito annunciando misure contro il governo britannico, mentre gli Stati Uniti hanno escluso di voler aderire all’iniziativa.

Contents
  • La nuova posizione britannica
  • L’accusa di “pulizia etnica”
  • Le accuse sui crimini di guerra a Gaza
  • La risposta di Israele
  • Le misure contro il Regno Unito
  • Gli Stati Uniti restano fuori

La misura coinvolge Francia, Danimarca, Spagna, Finlandia, Irlanda, Islanda, Norvegia, Polonia, Portogallo e Svezia, oltre al Canada. I dodici governi hanno motivato la decisione con i “livelli senza precedenti di violenza da parte dei coloni” e hanno ribadito il sostegno alla soluzione dei due Stati.

La nuova posizione britannica

Il ministro degli Esteri Ed Miliband ha annunciato alla Camera dei Comuni la nuova linea di Londra. Ha definito “illegale” l’occupazione israeliana della Cisgiordania, motivando la posizione con il consolidamento del controllo israeliano, l’intenzione di estendere la sovranità in modo permanente e il programma di espansione degli insediamenti.

“Il governo ritiene che l’illegalità dell’occupazione secondo il diritto delle Nazioni Unite debba riflettersi nei rapporti economici che scegliamo di intrattenere con i territori occupati”, ha spiegato Miliband.

Il ministro ha precisato che le misure non intendono colpire Israele nel suo complesso, ma gli insediamenti e la loro espansione. Londra, ha aggiunto, non vuole interrompere i rapporti con Israele, che considera un elemento fondamentale nella lotta contro l’Iran.

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L’accusa di “pulizia etnica”

Miliband ha poi usato un’espressione che ha provocato la reazione di Israele: “pulizia etnica”. Il ministro ha sostenuto che in alcune aree della Cisgiordania sia in corso una politica di espulsione della popolazione palestinese attraverso la violenza.

Per sostenere l’uso della definizione, ha citato anche due esponenti israeliani. L’ex primo ministro Ehud Olmert ha parlato di “un tentativo violento e criminale di procedere alla pulizia etnica di territori della Cisgiordania”, mentre l’ex ministro della Salute ed ex generale dell’IDF Ephraim Sneh ha definito la situazione una “pulizia etnica”.

Miliband ha richiamato inoltre la definizione delle Nazioni Unite, secondo cui la pulizia etnica consiste nella rimozione deliberata di una popolazione civile da determinate aree attraverso mezzi violenti e tali da incutere terrore.

“Il governo britannico concorda sul fatto che in alcune aree della Cisgiordania sia in corso una pulizia etnica dei palestinesi perpetrata da coloni responsabili di atti terroristici”, ha dichiarato.

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Le accuse sui crimini di guerra a Gaza

La presa di posizione britannica riguarda anche Gaza. Miliband ha affermato che esistono “prove sempre più numerose” della possibile commissione di crimini di guerra da parte delle forze israeliane.

Il ministro ha richiamato i rapporti di diverse organizzazioni e della Commissione internazionale d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite. Secondo Londra, queste conclusioni rappresentano elementi sempre più consistenti sulla possibile commissione di crimini di guerra. Il governo britannico, ha aggiunto Miliband, sostiene i procedimenti giudiziari destinati ad accertare eventuali responsabilità.

Il ministro ha però precisato di voler distinguere le critiche alle politiche del governo israeliano dal sostegno all’esistenza dello Stato di Israele. Ha ricordato di essere “un orgoglioso ebreo britannico” e di difendere “sempre il diritto di Israele di esistere”.

La risposta di Israele

Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha respinto le accuse britanniche, definendole “bugie oltraggiose”. Ha annunciato inoltre la chiusura del Consolato britannico a Gerusalemme.

Sa’ar ha accusato il governo laburista di avere assunto una posizione “moralmente distorta” e ha definito le restrizioni commerciali una “palese interferenza” negli affari interni di Israele e nel suo processo elettorale.

Il ministro ha sostenuto che la maggioranza degli israeliani appoggia gli insediamenti e non sostiene la creazione di uno Stato palestinese. Ha inoltre respinto la possibilità che le pressioni internazionali possano modificare le politiche israeliane in materia di sicurezza e interesse nazionale.

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Le misure contro il Regno Unito

Israele ha accompagnato le accuse con una serie di provvedimenti. Tra questi figurano l’espulsione dei rappresentanti britannici dalla sede di Kiryat Gat, la sospensione delle attività britanniche di addestramento delle forze dell’Autorità Palestinese a Ramallah e il divieto di ingresso in Israele per dodici funzionari pubblici britannici.

Tra i funzionari colpiti figura l’ex leader del Partito Laburista Jeremy Corbyn.

Gli Stati Uniti restano fuori

La stretta dei governi europei e del Canada non coinvolge gli Stati Uniti. Il segretario di Stato Marco Rubio ha escluso l’adesione americana all’iniziativa: “Ovviamente non faremo quello che ha fatto il Regno Unito”.

La posizione di Washington mantiene quindi una distanza netta dalla scelta di Londra e degli altri undici governi, che hanno collegato le restrizioni commerciali alla violenza dei coloni e alla necessità di preservare la soluzione dei due Stati.

Lo scontro tra Londra e Gerusalemme si concentra così su tre questioni: lo status dell’occupazione israeliana della Cisgiordania, l’espansione degli insediamenti e le responsabilità per le violenze nei territori palestinesi. La decisione di dodici governi occidentali introduce anche una nuova dimensione economica nel confronto diplomatico.

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