Fine dell’era Powell alla Federal Reserve tra scontri politici e rialzo dei tassi

Jerome Powell

Jerome Powell

A Washington si chiude un’era diplomatica e monetaria: Jerome Powell cede il comando della Federal Reserve a Kevin Warsh, ereditando un sistema economico strutturalmente deformato rispetto al 2018. Otto anni segnati da pandemie, dazi e inflazione record ridefiniscono il bilancio del presidente uscente, sospeso tra il successo della tenuta occupazionale e il ritardo nell’arginare la fiammata dei prezzi.

Il comando passa ora a un profilo strettamente legato alla Casa Bianca, scelta che solleva riserve a Wall Street e nelle banche centrali europee circa la reale autonomia dell’istituto di emissione statunitense. Nel 2018 la preoccupazione principale era la stagnazione salariale; oggi il quadro è ridefinito da shock geopolitici e dazi.

Dalla stagnazione allo shock globale

Il contesto macroeconomico iniziale si presentava opposto a quello attuale. Sotto la prima amministrazione Trump, il sistema affrontava un’inflazione inferiore agli obiettivi e le scorie occupazionali della crisi del 2008. In otto anni la dinamica si è invertita. L’economia americana ha abbandonato la stagione del denaro a costo zero per entrare in una fase di restrizione monetaria senza precedenti recenti.

L’aumento dei prezzi ha colpito direttamente i bilanci familiari, dai canoni di locazione ai beni di prima necessità, trasformando i parametri della banca centrale in fattori d’impatto quotidiano per la cittadinanza. Powell, settantatreenne di Washington, ha gestito la transizione senza il background accademico dei predecessori, imponendo un profilo pragmatico derivato dalla finanza privata.

L’errore della fiammata transitoria

La traiettoria del mandato resta segnata da un passaggio critico successivo alla crisi pandemica. La Federal Reserve ha definiert l’allineamento al rialzo dei prezzi come “transitorio”. L’analisi si è rivelata parziale. I cinquemila miliardi di dollari immessi nel sistema da due diverse amministrazioni hanno accelerato la domanda a fronte di catene di approvvigionamento bloccate.

Il ritardo nell’adeguamento dei tassi di interesse, rimasti prossimi allo zero per tutto il 2021 nonostante gli indici avessero superato la soglia del due per cento, ha costretto l’istituto a un’inversione di rotta nel marzo del 2022, quando l’indicatore ha raggiunto il 6,9 per cento prima di toccare il picco del 9,1 per cento a giugno.

La stretta monetaria e la tenuta

La reazione della Fed ha ricalcato la linea rigorista di Paul Volcker. Il ciclo di aumenti del costo del credito è stato il più rapido dagli anni Ottanta. Nonostante gli allarmi di recessione formulati da economisti come Larry Summers, l’apparato produttivo statunitense ha mantenuto indici di crescita costanti senza generare disoccupazione di massa.

Fattori esogeni successivi, quali il blocco dello Stretto di Hormuz e le barriere tariffarie, hanno mantenuto alta la pressione sui beni alimentari, cresciuti del trenta per cento rispetto al periodo precedente all’emergenza sanitaria. Il periodo finale del mandato è stato caratterizzato dal duro scontro con l’esecutivo e da inchieste formali sulla gestione logistica della sede centrale.

Due visioni del potere pubblico

Il contrasto tra l’autorità monetaria e la presidenza si è manifestato nel confronto sui costi di ristrutturazione della sede di Washington. Alle contestazioni pubbliche sui budget, passati da 2,7 a 3,1 miliardi di dollari, il presidente della Fed ha replicato contestando l’inserimento di cespiti già contabili e completati in precedenza.

L’episodio ha evidenziato la distanza tra la retorica politica e il rigore burocratico dell’istituzione. Il bilancio conclusivo evidenzia una duplice natura: la tardiva percezione della spinta inflazionistica da un lato, la salvaguardia dei livelli occupazionali e dell’autonomia decisionale dall’altro.