Meloni in Senato rivendica la stagione delle riforme: nucleare, casa e cuneo fiscale sul tavolo. E presenta il conto Superbonus al M5s
Giorgia Meloni e Matteo Salvini
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni rivendica la centralità dell’azione di governo, trasformando l’aula del Senato nel palcoscenico di un rilancio programmatico che spazia dal nucleare al fisco. Tra aperture tattiche alle minoranze e una difesa ferma dei parametri economici, il capo dell’esecutivo delinea una strategia di lungo periodo volta a stabilizzare i conti e modernizzare le infrastrutture energetiche del Paese.
L’obiettivo dichiarato è quello di superare la logica dell’emergenza permanente per approdare a una fase di riforme strutturali. Meloni ribadisce la propria disponibilità al dialogo con le opposizioni, sottolineando però che il confronto deve vertere su proposte concrete e non su pregiudizi ideologici, citando l’atteggiamento costruttivo mostrato da Azione sui temi della politica industriale e della crescita.
Il ritorno al nucleare civile
L’annuncio più rilevante sul piano programmatico riguarda il comparto energetico. Meloni ha fissato l’estate come termine ultimo per l’approvazione della legge delega e dei relativi decreti attuativi necessari a ricostruire il quadro giuridico per la produzione di energia nucleare in Italia. La sfida della competitività industriale viene legata strettamente alla sovranità energetica, in un contesto di tensioni geopolitiche che continuano a erodere il potere d’acquisto delle famiglie.
Il governo intende superare la fase dell’emergenza per approdare a una pianificazione strutturale che garantisca approvvigionamenti stabili e costi ridotti per le imprese. In questo solco si inserisce anche la gestione delle rinnovabili, le cui richieste di accesso agli incentivi avrebbero superato le risorse disponibili, segno, secondo la premier, di una macchina burocratica che ha finalmente ripreso a funzionare dopo anni di stallo.
L’emergenza abitativa e sociale
Parallelamente alla questione energetica, l’esecutivo ha rilanciato il piano casa, un progetto ambizioso da dieci miliardi di euro finalizzato al recupero di centomila alloggi in un decennio. Secondo la presidente, l’abitazione non rappresenta un lusso ma un diritto fondamentale che richiede una mobilitazione di risorse senza precedenti per calmierare i prezzi e riqualificare l’edilizia popolare esistente.
L’obiettivo è duplice: ridurre il disagio sociale nelle periferie urbane e stimolare il comparto delle costruzioni attraverso interventi mirati di rigenerazione. Durante il dibattito, Meloni ha sottolineato come la casa sia il nucleo attorno a cui ricostruire la stabilità delle famiglie italiane, promettendo procedure semplificate per l’assegnazione degli immobili e un monitoraggio costante sull’avanzamento dei cantieri, onde evitare che i fondi stanziati restino impantanati nelle maglie della burocrazia locale.
La tenuta dei conti pubblici
Il capitolo economico ha visto una difesa serrata delle scelte fiscali compiute nell’ultima legge di bilancio. La premier ha negato ogni aumento della tassazione generalizzata, definendo ironicamente le uniche eccezioni quelle relative ai prelievi su banche, assicurazioni e società energetiche. Il dato centrale della narrativa governativa risiede nel nesso tra crescita dell’occupazione e gettito erariale.
Con 1,2 milioni di occupati stabili in più, la pressione fiscale risulterebbe in aumento solo come riflesso meccanico del recupero dell’evasione e della maggiore base contrattuale. Meloni ha rivendicato il taglio del cuneo e la riforma dell’Irpef come pilastri di una strategia che predilige la contrattazione collettiva al salario minimo legale, sostenendo che solo attraverso la produttività si possa generare ricchezza reale da distribuire ai lavoratori senza gravare ulteriormente sui bilanci dello Stato.
Contrasto ai salari bassi
I salari, secondo i dati esposti in aula, avrebbero iniziato una fase di crescita superiore all’inflazione grazie ai rinnovi contrattuali nel settore pubblico e agli sgravi in busta paga. La presidente ha insistito sulla necessità di aumentare il netto percepito dai cittadini piuttosto che imporre soglie legali che, a suo dire, rischierebbero di livellare verso il basso le retribuzioni.
Il confronto con il Partito Democratico si è acceso proprio su questo punto, con l’opposizione che accusa il governo di ignorare la perdita di potere d’acquisto reale subita negli ultimi anni. Meloni ha replicato citando gli incentivi alle imprese che assumono a tempo indeterminato, sostenendo che la dignità del lavoro passi per la stabilità del rapporto contrattuale e non per sussidi assistenziali. La linea dell’esecutivo resta quella di premiare il merito e la partecipazione attiva al mercato del lavoro, riducendo progressivamente l’area dell’inattività.
Il peso del debito edilizio
Non è mancato il ricorso alla critica aspra verso le passate gestioni, con il Superbonus indicato come il principale fardello per i conti dello Stato. La cifra di 174 miliardi di euro, definita come una somma “bruciata” per interventi che hanno favorito solo una minima parte della popolazione, graverà sulle finanze pubbliche fino al 2027. Questa eredità contabile, secondo Meloni, avrebbe ipotecato le scelte dei prossimi anni, limitando i margini di manovra per investimenti produttivi.
Lo scontro con il Movimento Cinque Stelle è stato frontale, con la premier che ha accusato i promotori della misura di aver agito con irresponsabilità finanziaria. Nonostante questi vincoli, la presidente ha assicurato che il governo continuerà a onorare gli impegni presi, cercando al contempo di correggere le storture di un sistema che ha generato un buco di bilancio senza precedenti nella storia repubblicana.
Sul fronte dello sviluppo territoriale, il Mezzogiorno è stato descritto non più come un’area depressa da assistere, ma come un’opportunità di investimento strategica per l’intera nazione. La Zes unica avrebbe già autorizzato oltre 1.300 interventi per un valore stimato di 55 miliardi di euro, segnando un incremento occupazionale nelle regioni del Sud superiore alla media nazionale. Meloni ha parlato di un cambiamento di paradigma che punta sulle infrastrutture e sull’attrattività dei territori piuttosto che sulla spesa pubblica improduttiva.
Il confronto sulle riforme
La premier si dice pronta ad aprire un tavolo di dialogo, ma pone una condizione politica precisa: evitare che eventuali convocazioni vengano liquidate pubblicamente come “passerelle”. Un riferimento che, pur senza citarla direttamente, richiama anche la discussione sulla riforma della legge elettorale. Negli ultimi dieci giorni il tema è stato affrontato in due vertici di maggioranza a Palazzo Chigi, nonostante si tratti formalmente di materia parlamentare.
Nel suo intervento Meloni riserva parole di apprezzamento proprio ad Azione, indicata come una delle poche forze di opposizione che hanno mostrato disponibilità al confronto istituzionale. Un riconoscimento che segna ulteriormente la distanza con il resto delle minoranze e anticipa il cambio di tono del dibattito.
Quando prende la parola Matteo Renzi, infatti, il clima si irrigidisce immediatamente. Il leader di Italia Viva definisce il governo una “famiglia Adams” e la replica della presidente del Consiglio è netta. Meloni osserva che spesso viene invocata la presenza del capo del governo in Parlamento, ma che “al netto di accuse e insulti” resta poco spazio per un confronto concreto. In altri termini, la presidente del Consiglio ha ribadito la propria disponibilità a incontrare le opposizioni per discutere di riforme istituzionali, a condizione che gli inviti non vengano strumentalizzati come semplici passerelle mediatiche, ma siano l’inizio di un percorso tecnico condiviso nell’interesse del Paese.
