Hormuz resta chiuso, l’Iran sfida Trump: “Prima impegni, poi riapertura”. Proiettile colpisce una nave
Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf lega la riapertura dello Stretto all’attuazione del memorandum con Washington: revoca del blocco, sblocco degli asset e stop alle operazioni militari.
Mojtaba Khamenei e Donald Trump
Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha legato la riapertura dello Stretto di Hormuz al rispetto degli impegni assunti dagli Stati Uniti nel memorandum d’intesa sottoscritto a giugno. La condizione posta da Teheran comprende la revoca del blocco navale, lo sblocco degli asset iraniani congelati, la revoca delle sanzioni petrolifere, la fine delle minacce e delle operazioni militari su tutti i fronti e l’attuazione degli altri punti concordati.
“Finché non saranno attuati gli impegni assunti dagli Stati Uniti nel memorandum d’intesa, tra cui la revoca del blocco, lo sblocco dei beni congelati, la revoca delle sanzioni petrolifere, la fine delle minacce e delle operazioni militari su tutti i fronti e le altre condizioni concordate dall’America nel memorandum, lo Stretto non verrà riaperto”, ha dichiarato Ghalibaf davanti al Parlamento.
Il capo negoziatore iraniano ha sostenuto inoltre che l’intesa abbia contribuito a rafforzare la resilienza economica del Paese e a ricostruirne le capacità di difesa. La Repubblica islamica, ha avvertito, sarebbe pronta a infliggere agli Stati Uniti una sconfitta ancora più pesante, proporzionata alle loro azioni e al mancato rispetto degli impegni.
Le due versioni opposte sullo stretto
La posizione di Teheran si scontra frontalmente con quella espressa da Donald Trump. Il presidente americano ha scritto su Truth che non sono in corso né programmati colloqui con la Repubblica islamica e che il blocco navale resta “pienamente in vigore”. Nello stesso messaggio ha però sostenuto che “lo Stretto di Hormuz è aperto e operativo” e che tutte le mine marine sono state rimosse o fatte brillare.
La contraddizione tra le due versioni riguarda dunque non soltanto le condizioni per una possibile riapertura, ma lo stesso stato operativo del passaggio. Per Teheran, la revoca delle misure statunitensi è una precondizione politica; per Trump, Hormuz resta operativo nonostante il blocco.
Nel frattempo, il presidente americano ha pubblicato sul proprio account Truth una mappa dello Stretto di Hormuz con la scritta “NUOVO territorio statunitense”. L’immagine, che evidenzia il passaggio marittimo tra Iran e Oman, ha provocato una reazione immediata da parte iraniana.
Il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha rilanciato la mappa sui social e ha definito un'”illusione” l’idea di Trump sullo Stretto. “Presto, l’illusione di Trump riguardo allo Stretto di Hormuz verrà corretta, oppure correggeremo noi le illusioni di quest’uomo illuso”, ha scritto.
Gharibabadi ha collegato la polemica anche alla disputa sul nome del Golfo Persico, ricordando le precedenti dichiarazioni di Trump sulla possibilità di modificarne la denominazione. Il riferimento serve a Teheran per ribadire che il controllo e la sovranità sulle aree strategiche della regione non possono essere ridefiniti unilateralmente da Washington.
Araghchi: nessuna tregua temporanea
Sul piano diplomatico, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha escluso che Teheran sia interessata a un semplice cessate il fuoco temporaneo. L’obiettivo, ha spiegato, è la conclusione del conflitto, evitando che una pausa militare possa trasformarsi in una nuova escalation nel giro di pochi mesi.
“Alcuni Paesi si sono offerti di stabilire contatti e di mediare. La nostra risposta è stata assolutamente chiara: non vogliamo un cessate il fuoco; abbiamo bisogno della fine della guerra”, ha dichiarato Araghchi. “Non abbiamo bisogno di una guerra di 12 giorni che si concluda con un cessate il fuoco, solo per poi ripetersi qualche mese dopo”.
Il ministro ha sostenuto inoltre che l’obiettivo americano sarebbe stato quello di costringere l’Iran alla resa. Teheran, nella sua ricostruzione, avrebbe invece mantenuto la capacità di resistere sul piano militare e di negoziare su condizioni proprie.
“L’America ora ci implora di negoziare alle nostre condizioni”, ha affermato Araghchi, sostenendo che il memorandum d’intesa contenesse “13 disposizioni a nostro favore e una a loro”. Una lettura che il ministro utilizza per presentare l’accordo come un risultato favorevole a Teheran.
Araghchi ha attribuito a Israele una responsabilità diretta nel fallimento dell’intesa. “Il regime sionista è stato e rimane il principale oppositore e ostacolo all’attuazione del memorandum d’intesa. Hanno fatto di tutto per impedire il raggiungimento di tale accordo, di tutto per farlo fallire e di tutto per impedirne l’attuazione”, ha affermato.
Secondo il ministro iraniano, la richiesta americana di una “resa incondizionata” non si sarebbe concretizzata. Teheran avrebbe invece accettato un cessate il fuoco e avviato i negoziati alle proprie condizioni.
“Abbiamo vinto la guerra, e abbiamo vinto anche sul piano diplomatico, costringendo il nemico ad accettare le nostre condizioni”, ha dichiarato Araghchi, attribuendo alle capacità militari iraniane il peso decisivo nella successiva trattativa.
Un proiettile colpisce una nave
La tensione si è tradotta anche in un nuovo incidente nel tratto di mare più sensibile della crisi. Un proiettile ha colpito una nave mentre era in transito nello Stretto di Hormuz. Lo ha riferito l’United Kingdom Maritime Trade Operations, l’organismo britannico che monitora la sicurezza della navigazione commerciale.
Secondo la segnalazione, l’imbarcazione, la cui bandiera non è stata identificata, è stata colpita “da un proiettile non identificato mentre effettuava un transito in uscita” dallo stretto. Un membro dell’equipaggio è rimasto ferito ed è stato assistito dalla Guardia Costiera dell’Oman.
L’episodio aggiunge un elemento concreto alla contrapposizione sulle condizioni di sicurezza della rotta. Da una parte Teheran lega la normalizzazione del traffico alla fine del blocco e delle operazioni militari; dall’altra Washington sostiene che il passaggio sia aperto e operativo e afferma che le mine siano state rimosse.
La vicenda dello stretto resta quindi strettamente collegata sia alla dimensione militare sia a quella economica. Tra le condizioni indicate da Ghalibaf figura infatti anche la revoca delle sanzioni petrolifere, mentre Hormuz rappresenta uno dei principali passaggi strategici per il traffico energetico internazionale.
Erdogan tenta la carta diplomatica
In questo quadro si inserisce anche il colloquio telefonico tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e Trump. Secondo la presidenza turca, i due hanno discusso delle relazioni bilaterali, del conflitto tra Stati Uniti e Iran e di altre questioni regionali e internazionali.
Erdogan ha sottolineato la necessità di utilizzare gli strumenti diplomatici per ridurre la tensione e ha espresso l’auspicio che i negoziati possano proseguire. Ankara, ha ribadito, continuerà a sostenere gli sforzi orientati alla pace.
Il presidente turco ha affrontato anche la situazione di Gaza, mentre si punta alla seconda fase del processo di pace. Erdogan ha denunciato un aumento delle azioni israeliane contro la popolazione palestinese e ha confermato il sostegno della Turchia alle iniziative per una soluzione duratura e per la ricostruzione della Striscia.
Sul piano regionale, Erdogan ha richiamato anche l’accordo di difesa comune sottoscritto da Turchia, Pakistan e Arabia Saudita, presentandolo come un elemento a sostegno della stabilità e della sicurezza.
La diplomazia si muove dunque mentre Washington e Teheran mantengono posizioni ancora distanti. L’Iran chiede la fine del conflitto e il rispetto degli impegni contenuti nel memorandum; Trump ribadisce il blocco navale e nega l’esistenza di colloqui con la Repubblica islamica.
A rendere più delicato il confronto è soprattutto Hormuz, dove la disputa politica si sovrappone alla sicurezza della navigazione. Il colpo contro una nave, la contrapposizione sulle condizioni del passaggio e lo scambio di minacce mostrano quanto rapidamente la crisi possa trasferirsi dal terreno diplomatico a quello operativo.
Per ora le posizioni restano inconciliabili: Teheran condiziona la riapertura dello stretto all’attuazione degli impegni americani, mentre Washington sostiene che il passaggio sia già operativo. In mezzo resta una rotta marittima sulla quale si concentra una parte decisiva dello scontro tra i due Paesi.
