Il lavoro da remoto aumenta il rischio di ansia e isolamento sociale

Un’indagine pubblicata su “Science” rileva un incremento del malessere mentale pari a un terzo del totale a causa delle attività professionali svolte stabilmente all’interno delle mura domestiche.

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Il lavoro da remoto accelera l’isolamento sociale e aumenta i disturbi della salute mentale. Lo rivela un ampio studio statunitense pubblicato sulla rivista Science, che riapre il dibattito globale sull’impatto psicologico e istituzionale dello smart working post-pandemico.

Lo studio, basato sull’analisi dei comportamenti di 568.000 lavoratori negli Stati Uniti, evidenzia come lo svolgimento continuativo delle mansioni professionali all’interno delle mura domestiche abbia acuito le condizioni di stress, ansia e burnout. I dati indicano un incremento della domanda di supporto psicologico e del ricorso a trattamenti farmacologici, in particolare tra coloro che operano in regime di smart working quotidiano e tra i soggetti che vivono soli. La ricerca evidenzia la necessità di bilanciare la flessibilità organizzativa con la tutela del benessere psicosociale dei dipendenti.

I dati della ricerca scientifica

I ricercatori, coordinati da Natalia Emanuel della Federal Reserve Bank di New York, hanno preso in considerazione i dati di cinque analisi nazionali condotte su un campione complessivo di 568.000 dipendenti. La metodologia ha previsto l’esame dei periodi compresi tra il 2011 e il 2019, antecedenti all’emergenza sanitaria, e del biennio compreso tra il 2022 e il 2024, escludendo le annualità 2020 e 2021 per evitare le distorsioni legate ai lockdown generalizzati.

Dall’analisi emerge che chi svolge professioni compatibili con il telelavoro registra livelli di solitudine e stress superiori rispetto a chi occupa posizioni che richiedono la presenza fisica. Lo studio attribuisce circa un terzo dell’aumento complessivo del malessere mentale e dell’isolamento sociale rilevato nella popolazione alla diffusione delle attività professionali da remoto.

L’impatto sui nuovi assunti

L’indagine statistica rileva che i lavoratori a distanza presentano una propensione maggiore, quantificata in 4,6 punti percentuali, a ricorrere ai servizi di supporto alla salute mentale. I ricercatori statunitensi evidenziano inoltre l’aggravio derivante dalla sovrapposizione tra la giornata lavorativa e le piccole incombenze domestiche.

L’isolamento incide in modo significativo sui giovani e sui neoassunti, categorie che risentono della contrazione delle interazioni in presenza. Per queste fasce di dipendenti, l’ufficio rappresenta un ambiente essenziale per l’apprendimento, la condivisione delle competenze e la crescita professionale. Al contrario, la modalità da remoto ha generato effetti favorevoli per i soggetti inseriti in contesti d’ufficio caratterizzati da relazioni interpersonali conflittuali o negative.

La funzione sociale dell’ufficio

Il lavoro ricopre una funzione centrale nella vita individuale non soltanto come strumento di autonomia economica, ma anche come catalizzatore di relazioni sociali. I sociologi dell’Università di Yale, Emma Zang e Rourke O’Brien, rilevano come “lo smart working è la rimozione di un bene sociale che non ha prezzo in quanto struttura il tempo, genera uno scopo condiviso, sostiene il contatto sociale e consolida l’identità collettiva”.

L’eliminazione della presenza fisica cancella le occasioni di incontro, sebbene la convivenza quotidiana con colleghi con i quali non vi è sintonia possa rappresentare una fonte alternativa di ansia. Sul fronte opposto, la flessibilità temporale garantisce vantaggi per la conciliazione della vita familiare, specialmente in presenza di figli minori o di familiari da accudire.

Il parere dello specialista

I benefici del lavoro a domicilio includono l’abbattimento dei tempi di spostamento, con riflessi positivi sullo stress e sulla riduzione delle emissioni inquinanti. “Gli studi sugli effetti psicologici dello smart working sono ancora pochi per potere trarre delle conclusioni definitive, sono troppe le variabili in gioco: molti sono stati condotti in relazione al periodo dei lockdown che aveva condizioni uniche”, spiega Giancarlo Dimaggio, psichiatra, psicoterapeuta e cofondatore del Centro di terapia metacognitiva interpersonale.

Secondo lo specialista, il quadro clinico risulta articolato: “Da un lato c’è il rischio di isolamento sociale, stress legato al telelavoro, disturbi fisici perché a casa le persone non dispongono di materiale ergonomico. Può aumentare conflitti familiari, perché una persona ha bisogno di concentrarsi ma i familiari vedendolo in casa lo percepiscono disponibile”.

Le prospettive del modello misto

Tra i fattori positivi legati al telelavoro si registrano l’incremento delle ore di sonno, la diminuzione del rischio di contrarre malattie infettive nei luoghi chiusi o sui trasporti pubblici e l’aumento dell’autonomia personale. La definizione di nuovi modelli organizzativi rappresenta la sfida principale per le direzioni delle risorse umane e per le autorità regolatorie del mercato del lavoro.

“Credo che sia necessario studiare l’impatto di modalità miste, dando alle persone il vincolo di un tempo speso in presenza, e lasciando margini di libertà per parte della settimana”, conclude Dimaggio. “Ipotizzerei che in queste condizioni le persone possano beneficiare di un senso di appartenenza e contatto, specialmente in chi è single e allo stesso tempo mantenere il senso di autonomia, controllo, libertà e di giovarsi del tempo risparmiato da viaggi urbani. Gli esseri umani sono animali sociali e il contatto fisico è un fattore fondamentale che fonda il senso di appartenenza alla comunità, connessione e nutre la mente”.