Iran, il cessate il fuoco è già in crisi: Netanyahu e Trump riaprono l’opzione militare
Il presidente americano definisce la controproposta di Teheran totalmente inaccettabile dopo che i mediatori pachistani l’hanno trasmessa a Washington, mentre il premier israelino avverte che la guerra non è conclusa finché l’uranio arricchito resterà in Iran.
Donald Trump e Benjamin Netanyahu
Il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, siglato nella notte tra il 7 e l’8 aprile, è tecnicamente in vigore. Ma la sua tenuta è sempre più in discussione. Donald Trump lo ha descritto durante un evento alla Casa Bianca con una metafora medica: un paziente “tenuto artificialmente in vita” con un “sistema massiccio” e un “dottore che entra e dice: il vostro amato ha circa l’1% di chance di vita”.
La risposta iraniana alla proposta americana di pace, trasmessa attraverso mediatori pachistani, ha ulteriormente deteriorato il clima. “Non mi piace, è totalmente inaccettabile”, ha scritto Trump su Truth dopo averne preso visione, aggiungendo che l’Iran “sta giocando con gli Stati Uniti e con il resto del mondo da 47 anni”. Teheran, ha concluso, “non riderà più”.
La proposta americana in 14 punti
Washington aveva presentato la sua offerta circa una settimana prima: un memorandum d’intesa di una sola pagina articolato in 14 punti. I parametri, secondo quanto ricostruito dal Guardian, erano chiari e assai vincolanti. Una moratoria sull’arricchimento dell’uranio iraniano della durata massima di vent’anni.
Il trasferimento all’estero — possibilmente negli Stati Uniti — di tutte le scorte iraniane di uranio altamente arricchito (HEU), il materiale utilizzabile per la produzione di testate nucleari. E, punto più dirompente, lo smantellamento completo degli impianti nucleari iraniani. Sul tavolo anche la questione dello Stretto di Hormuz, il cui blocco navale americano costituisce una delle leve di pressione più significative in mano a Washington.
La controproposta di Teheran
La risposta iraniana, secondo il Wall Street Journal, si è collocata su posizioni assai distanti. Teheran ha proposto una moratoria più breve — senza specificarne la durata — l’esportazione di una parte soltanto delle scorte di uranio altamente arricchito e la diluizione della quota restante, rifiutando categoricamente lo smantellamento degli impianti.
L’agenzia semi-ufficiale Tasnim, citando una fonte informata, ha aggiunto che il testo iraniano subordinava qualsiasi intesa alla revoca delle sanzioni americane, alla cessazione del blocco navale dello Stretto di Hormuz già al momento della firma, e alla garanzia dei paesi coinvolti contro qualsiasi nuovo attacco.
Il portavoce del ministero degli esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei, ha difeso la posizione iraniana definendola “ragionevole e generosa, non solo per gli interessi nazionali dell’Iran, ma per il bene e il progresso della regione e del mondo”. Le richieste americane, ha aggiunto, restano “ingiuste”. L’unica cosa rivendicata da Teheran, ha precisato Baghaei, sono “i diritti legittimi dell’Iran”.
Netanyahu: la guerra non è chiusa
A complicare ulteriormente il quadro si è inserito il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ha scelto un’intervista alla CBS — programma “60 Minutes” — per lanciare un avvertimento destinato a risuonare nelle cancellerie. “Non è finita”, ha detto, “perché c’è ancora materiale nucleare — uranio arricchito — che deve essere portato fuori dall’Iran. Ci sono ancora siti di arricchimento che devono essere smantellati”.
Alla domanda su come si dovrebbe procedere alla rimozione dell’uranio, la risposta è stata lapidaria: “Si entra e lo si porta fuori”. Netanyahu ha aggiunto che Trump gli avrebbe confidato di voler “entrare lì”. Dichiarazioni che suonano come un’opzione militare ancora aperta, e che si inseriscono in una giornata in cui dalla regione sono arrivate segnalazioni di attacchi di droni.
Trump, dal canto suo, ha detto a Fox News che continuerà a “trattare con la leadership iraniana finché non raggiungeranno un accordo”, aggiungendo un dettaglio tecnico rivelatore: i negoziatori iraniani avrebbero ammesso che Teheran non dispone della tecnologia per rimuovere autonomamente la “polvere nucleare” dagli impianti distrutti, e avrebbero chiesto agli Stati Uniti di farsene carico. Un’ammissione che, nelle intenzioni americane, potrebbe configurarsi come leva negoziale. O come preludio a qualcosa di più.
