Giuli e Meloni: un’ora di confronto per rilanciare l’azione del Ministero della Cultura

Meloni Giuli

Giorgia Maloni e Alessandro Giuli

Un’ora di faccia a faccia a Palazzo Chigi. È quanto è servito, almeno sul piano formale, per chiudere il “caso Giuli” — la vicenda che per giorni aveva agitato i corridoi del governo Meloni con rimozioni, retroscena e scambi al vetriolo tra ministri.

L’incontro è avvenuto su richiesta dello stesso titolare della Cultura, Alessandro Giuli, che ha cercato la premier per “confermare e ribadire la piena sintonia all’interno dell’azione di governo”. Palazzo Chigi ha risposto con una nota di pacificazione: nessuna crisi, nessuna frattura, solo la “normale dialettica politica” in un contesto internazionale complesso. I fatti, tuttavia, raccontano qualcosa di più complicato.

Le rimozioni che hanno innescato la crisi

Tutto era iniziato nel fine settimana con una mossa dirompente: Giuli aveva sollevato dall’incarico Emanuele Merlino, responsabile della segreteria tecnica del ministero, considerato vicino al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, figura di primo piano nell’entourage meloniano. Con lui era caduta anche Elena Proietti, a capo della segreteria personale del ministro.

Due rimozioni simultanee, silenziose nei modi ma fragorose nella lettura politica: Giuli stava ripulendo il proprio perimetro da figure non di sua fiducia, ovvero da uomini che rispondevano ad altri centri di potere all’interno della stessa maggioranza. Una mossa che in ambienti di governo non si compie mai senza calcolo, e che difficilmente si archivia come mera questione amministrativa.

Il comunicato di Palazzo Chigi e le polemiche

La presidenza del Consiglio ha scelto la linea del contenimento. Nel comunicato diffuso dopo il vertice, si sottolinea che “negli ultimi giorni si sono susseguite voci e ricostruzioni giornalistiche volte a mettere in discussione la credibilità dell’operato dell’esecutivo”, definite “prive di fondamento”. Il riferimento è esplicito, tra l’altro, alle indiscrezioni su una lite tra Giuli e il vice premier Matteo Salvini, alimentata da uno scambio di messaggi nella chat riservata del Consiglio dei ministri.

Episodio smentito nella sostanza, ma la cui sola circolazione pubblica è indicativa del clima. A smorzare i toni, dal fronte governativo, è intervenuto anche il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida: “Non c’è nessuna crisi di governo legata a questo, vi assicuro”. Il capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, ha ridimensionato ulteriormente: “Due dipendenti rimossi. Non mi sembra una cosa così enorme”.

L’opposizione non archivia il caso

Il centrosinistra non ha accettato la versione ufficiale. Matteo Renzi ha evocato la “strafottenza” con cui Giuli aveva esordito nel ruolo ministeriale per concludere che la “fine ingloriosa” del ministero era già scritta. Il capogruppo M5S al Senato Luca Pirondini ha parlato di “ennesima faida interna di un governo che non governa più nulla”, elencando “regolamenti di conti, guerre di potere, epurazioni e scontri continui” come cifra ordinaria dell’esecutivo.

Francesco Verducci, senatore del Pd, è andato oltre: “Giuli certifica con un anno di anticipo che il governo Meloni è di fatto finito. Non fanno politica, fanno occupazione di poltrone sulle spalle dei bisogni del Paese”. Letture di parte, certo. Ma che intercettano un malessere diffuso anche dentro la coalizione, dove il caso Giuli ha funzionato da specchio di tensioni che Palazzo Chigi non riesce più a contenere con una sola nota stampa.