La caccia all’uranio: 440 chili di materiale radioattivo iraniano che nessuno riesce a trovare

Cia e Mossad setacciano da settimane bunker, montagne e siti industriali alla ricerca delle scorte nucleari di Teheran, sufficienti — secondo l’Aiea — ad armare fino a undici ordigni atomici; la missione è il nodo strategico più delicato del conflitto in corso.

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Cia e Mossad setacciano da settimane bunker, montagne e siti industriali alla ricerca delle scorte nucleari di Teheran, sufficienti — secondo l’Aiea — ad armare fino a undici ordigni atomici; la missione è il nodo strategico più delicato del conflitto in corso.

Quattrocentoquaranta chili di uranio arricchito al 60%, dispersi tra siti sotterranei, macerie di impianti bombardati e depositi sconosciuti: questa è la posta in gioco reale della partita militare e diplomatica che Washington e Tel Aviv stanno conducendo contro Teheran. Droni, satelliti spia e la minaccia concreta di un commando di forze speciali puntano a un unico obiettivo — neutralizzare il materiale prima che l’Iran completi il salto verso il weapon-grade. Ma il paradosso di questa caccia è che nessuno, nemmeno l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, sa con certezza dove si trovino le scorte.

La matematica dell’apocalisse nucleare

Il dato di partenza è certificato dall’Aiea: al 13 giugno 2025, l’Iran deteneva 440,9 chilogrammi di uranio arricchito al 60%. La regola empirica condivisa dagli analisti è spietata nella sua semplicità: servono circa 42-50 chilogrammi di questo materiale per ottenere, portandolo al 90% di arricchimento — il cosiddetto weapon-grade — la quantità critica necessaria per un singolo ordigno nucleare. Dividendo 440,9 per 42, il risultato è tra 10 e 11 bombe potenziali. “Tecnicamente, è sufficiente per costruire una bomba”, afferma François Diaz-Maurin, ingegnere nucleare e redattore del “Bulletin of Atomic Scientists”. Il passaggio dal 60% al 90%, aggiunge, “richiede settimane, non mesi”. Il grosso del lavoro di arricchimento è già stato fatto.

A rendere il quadro ancora più urgente è la forma chimica dello stock. La quasi totalità del materiale si trova allo stato di esafluoruro di uranio — UF6 — un composto gassoso conservato in cilindri d’acciaio. “Gli esperti parlano di una trentina di cilindri”, precisa Diaz-Maurin. Questa forma chimica non è neutra: l’UF6 è il composto direttamente immesso nelle centrifughe per l’arricchimento. Significa che, fisicamente, l’Iran si trovava a un passo dal punto di non ritorno.

Dopo i raid, una zona grigia pericolosa

I bombardamenti americani del giugno 2025 hanno colpito i tre siti nucleari principali — Isfahan, Fordow e Natanz — con l’obiettivo dichiarato di azzerare la capacità produttiva iraniana. Hanno in parte raggiunto lo scopo sul piano infrastrutturale. Ma hanno anche prodotto un effetto collaterale di proporzioni strategiche: la perdita di controllo sulla contabilità nucleare. L’Aiea, che fino a quel momento aveva verificato direttamente 432,9 dei 440,9 chili stimati, ha denunciato ritardi significativi nelle ispezioni e l’impossibilità di accedere ad alcune strutture colpite. Gran parte della riserva, secondo fonti governative americane e israeliane, sarebbe oggi letteralmente sepolta sotto le macerie delle strutture sotterranee. Il che non significa distrutta: significa inaccessibile.

Il direttore generale dell’Aiea, Rafael Mariano Grossi, ha cercato di contenere l’allarme senza alimentare false certezze. A fine 2025 ha confermato che il materiale al 60% “è ancora in Iran”. Il 10 marzo 2026, in un’intervista a Bfm Tv, ha fornito l’indicazione geografica più precisa disponibile: “Riteniamo che il sito di Isfahan contenesse, durante la nostra ultima ispezione, più di 200 chili di uranio arricchito al 60%. La nostra ipotesi principale è che questo materiale sia ancora lì”. Un’ipotesi. Non una certezza.

Camion a Fordow e il rebus della movimentazione

Uno degli indizi più inquietanti emersi nelle ultime settimane riguarda il sito di Fordow, il bunker nucleare scavato sotto le montagne a sud di Qom. Immagini satellitari hanno mostrato una fila insolita di dieci camion fermi di fronte all’ingresso dell’impianto. Settantadue ore dopo quella ripresa, l’aviazione americana ha colpito il sito in massa. La domanda rimasta senza risposta è se quegli automezzi stessero trasportando parte delle scorte di uranio in previsione degli attacchi — un’operazione di messa in sicurezza anticipata che avrebbe ulteriormente disperso il materiale in luoghi ignoti.

Non tutto l’uranio si trova, o si trovava, nello stesso posto. Le ricostruzioni disponibili collocano le scorte principalmente tra Isfahan e Fordow, con una quota residua a Natanz. Isfahan è una città di due milioni di abitanti; i bunker con l’uranio sorgono a dieci chilometri di distanza, incastonati nelle colline. Una geografia che complica qualsiasi operazione di localizzazione e, a maggior ragione, di recupero fisico del materiale.

Le opzioni sul tavolo di Washington

Di fronte all’incertezza, l’amministrazione Trump ha messo in campo una strategia a più livelli. Il monitoraggio persistente tramite droni e satelliti spia prosegue senza sosta, con l’obiettivo di intercettare ogni possibile movimentazione dei lotti di UF6. Sul fronte diplomatico, si esercita pressione affinché Teheran ripristini il pieno accesso agli ispettori dell’Aiea — la “cassetta nera” della contabilità nucleare che i raid hanno di fatto silenziato.

Sul tavolo esiste anche un piano estremo: un’operazione chirurgica condotta da forze speciali per sequestrare o neutralizzare fisicamente l’uranio sul territorio iraniano. L’8 marzo 2026, a bordo dell’Air Force One, Trump non ha escluso l’ipotesi: “Non al momento, ma vedremo cosa fare. Sarebbe fantastico”. La Cnn e il New York Times hanno confermato che l’opzione è in discussione attiva. I rischi, tuttavia, sono giudicati elevatissimi dagli analisti militari: un’operazione di terra in territorio ostile, alla ricerca di materiale in forma gassosa disperso in più siti, rappresenta uno scenario di complessità tattica e diplomatica senza precedenti.

Parallelamente non si è spenta del tutto la via negoziale. Nel febbraio 2026 Teheran ha aperto a una possibilità che avrebbe dell’inatteso: diluire parte dell’uranio al 60%, riportandolo a livelli di arricchimento non allarmanti sotto supervisione tecnica internazionale, in cambio della revoca delle sanzioni economiche. Un’apertura timida, forse tattica. Ma sufficiente a non chiudere del tutto uno spiraglio che, fino a qualche mese fa, sembrava inesistente.