Legge elettorale, Meloni accelera: proporzionale, premio e capilista bloccati. Resta nodo preferenze
Fratelli d’Italia fissa l’appuntamento a metà settimana per presentare il testo concordato nella coalizione: quaranta per cento la soglia decisiva, settanta deputati e trentacinque senatori in palio.
Giorgia Meloni
La scelta dei tempi non è casuale. Mentre l’Italia si prepara a seguire il festival della canzone di Sanremo, il centrodestra lavora in silenzio a quello che potrebbe essere l’atto più rilevante della legislatura sul piano istituzionale: il deposito di una nuova proposta di legge elettorale. Il giorno indicato, almeno nelle intenzioni di Fratelli d’Italia, è mercoledì. Le ore precedenti serviranno a limare il testo e ad ammorbidire le ultime resistenze interne alla coalizione. Ma nella sostanza, il documento sarebbe già definito.
L’impianto è quello di un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza. La soglia che fa scattare il premio è fissata al quaranta per cento dei voti validi. Il calcolo avviene su base nazionale, ma la ripartizione dei seggi segue criteri diversi nei due rami del Parlamento: circoscrizionale alla Camera, regionale al Senato. Quest’ultima scelta non è tecnica ma politica: serve a scongiurare possibili censure di incostituzionalità, che su questo terreno hanno già fatto cadere riforme del passato.
Il meccanismo del premio e i suoi numeri
Il premio consiste in settanta deputati e trentacinque senatori. Non si tratta di seggi aggiuntivi: vengono sottratti dal monte proporzionale prima dell’assegnazione ordinaria, e poi redistribuiti alla coalizione vincente. Al Senato, tolti i seggi riservati agli italiani all’estero e alle circoscrizioni speciali — Valle d’Aosta e province autonome —, il numero di seggi da ripartire è di circa centononanta. Sottraendo i trentacinque del premio, la base proporzionale scende a centocinquantacinque. Solo superata la soglia del quaranta per cento, la coalizione incassa anche il pacchetto aggiuntivo.
La proposta disciplina anche due scenari alternativi, presentati dai promotori come casi di scuola ma non per questo privi di rilievo. Se nessuno raggiunge il quaranta per cento, si va al ballottaggio. Se invece nessuno supera nemmeno il trentacinque per cento, l’intera assegnazione avviene con proporzionale puro, senza alcun premio. Un’architettura a tre livelli che tenta di dare una risposta a ogni scenario possibile in un sistema che rimane, nella pratica, sostanzialmente bipolare.
Il nodo irrisolto delle preferenze
Più intricata la questione delle preferenze. Fratelli d’Italia, con Giorgia Meloni in prima fila, spinge perché siano incluse nella legge: si tratta, per il partito della premier, di una battaglia identitaria di vecchia data. L’ipotesi che sembra guadagnare terreno prevede liste più lunghe — fino a sei nominativi contro gli attuali due o quattro — con la possibilità di esprimere una preferenza, ma con capilista bloccati. Il risultato pratico è che, salvo per le formazioni di maggior peso elettorale, la selezione degli eletti resterebbe nelle mani di chi compila le liste, cioè dei vertici dei partiti. Le altre due strade restano formalmente sul tavolo: liste interamente bloccate o preferenze senza alcun capolista fisso. Ma la prima opzione incontra resistenze diffuse, la seconda appare politicamente indigesta ai gruppi dirigenti.
Le soglie di sbarramento non vengono toccate: tre per cento per le liste che corrono da sole, dieci per cento per le coalizioni. Anche il tema del candidato alla presidenza del Consiglio troverebbe soluzione: il nome sarebbe indicato nel programma depositato al Ministero dell’Interno, senza necessità di modifiche costituzionali.
Le quote tra alleati, partita ancora aperta
Resta però un punto di frizione che il vertice dei leader ha sfiorato senza affrontare. Il premio di maggioranza viene distribuito attraverso un listino. Ma con quali criteri i seggi vengono ripartiti tra le forze della coalizione? Lega, Forza Italia e i partner minori avrebbero chiesto alla presidente del Consiglio di fissare le quote prima ancora del deposito del testo, per avere garanzie scritte. Da Fratelli d’Italia la risposta è netta: queste sono trattative che si fanno alla fine, non all’inizio. Una divergenza che non blocca l’iter, ma che fotografa con precisione i rapporti di forza interni al centrodestra. Meloni detta i tempi. Gli alleati chiedono garanzie. La mediazione, come sempre, è rinviata.
