“Nessuno sa chi comanda”: Trump rompe il negoziato e impone agli iraniani di fare la prima mossa
La risposta è arrivata in dieci minuti, sotto forma di documento. Non abbastanza, secondo la Casa Bianca. Ma il fatto che sia arrivato dice tutto sulla natura asimmetrica di questa trattativa.
Donald Trump
La cancellazione è arrivata mentre Steve Witkoff e Jared Kushner si stavano preparando a salire sull’aereo. Donald Trump li ha fermati. Nessun volo di 18 ore, nessun incontro con la delegazione iraniana a Islamabad. Il messaggio alla stampa, affidato a Truth e a un’intervista a Fox News, era inequivocabile: “Abbiamo tutte le carte in mano. Possono chiamarci quando vogliono”.
Il presidente americano ha motivato la decisione con una diagnosi politica su Teheran: “C’è una grande lotta intestina e confusione all’interno della loro leadership. Nessuno sa chi sia al comando, nemmeno loro”. Una lettura che intreccia il calcolo negoziale con la valutazione dello stato interno del regime iraniano, entrambi usati come giustificazione pubblica per una mossa che altera il formato del dialogo.
La controproposta arriva in dieci minuti
L’effetto più rilevante della rottura è stato, per ammissione dello stesso Trump, immediato. Parlando ai giornalisti prima di imbarcarsi sull’Air Force One in Florida, il presidente ha riferito: “Ci avevano consegnato un documento che avrebbe dovuto essere migliore e, cosa interessante, subito dopo la cancellazione, nel giro di 10 minuti ne abbiamo ricevuto uno nuovo, decisamente migliore”. Una sequenza che Trump ha raccontato con evidente soddisfazione, come prova della solidità della posizione americana.
Secondo quanto riportato dalla Cbs, il contenuto della nuova proposta iraniana non è stato precisato. Trump si è limitato a dire che Teheran “ha offerto molto, ma non abbastanza”. Una formula che lascia aperto il negoziato senza impegnarsi su cifre o condizioni, e che mantiene intatta la pressione sul regime degli ayatollah.
I Pasdaran rilanciano sulla deterrenza
Mentre la diplomazia si svolge tra Islamabad, Washington e i canali riservati, i Guardiani della rivoluzione scelgono un registro diverso. In una nota diffusa in occasione del quarantaseiesimo anniversario del fallito tentativo americano di liberare gli ostaggi all’ambasciata di Teheran — l’operazione Eagle Claw del 24-25 aprile 1980 — i Pasdaran hanno rivendicato “il controllo dello Stretto di Hormuz e il mantenimento del suo effetto deterrente contro gli Stati Uniti e i loro alleati” come “strategia definitiva dell’Iran”.
L’avvertimento è esplicito: qualsiasi attacco militare provocherebbe “una risposta oltre ogni aspettativa e a livello di deterrenza strategica”. Il tono non è quello della trattativa. È quello di chi vuole negoziare da una posizione di forza percepita, o almeno dichiarata. La scelta della data — un anniversario di sconfitta americana — non è casuale.
Araghchi a Islamabad, Sharif fa da sponda
Sul piano formale, la visita del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi in Pakistan ha comunque avuto luogo. Araghchi ha definito il viaggio “molto proficuo” e ha dichiarato di aver “condiviso la posizione dell’Iran riguardo a un quadro praticabile per porre fine in modo permanente alla guerra contro l’Iran”. Ha quindi aggiunto, con una punta di scetticismo: “Resta da vedere se gli Stati Uniti sono davvero seri riguardo alla diplomazia”.
Il premier pachistano Shehbaz Sharif ha fatto da sponda istituzionale. In un colloquio di circa cinquanta minuti con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, ha illustrato i suoi “recenti contatti diplomatici con diversi leader mondiali”, presentando Islamabad come piattaforma di consenso regionale per una “pace duratura”. Il Pakistan si ritaglia così un ruolo da facilitatore — non neutrale, ma funzionalmente utile a entrambe le parti.
Guerra esclusa, ma il margine si assottiglia
A un giornalista di Axios che gli chiedeva direttamente se la cancellazione dell’incontro significasse il ritorno alla guerra, Trump ha risposto: “No. Non significa questo. Non ci abbiamo ancora pensato”. Una smentita netta, ma formulata in modo da non impegnarsi oltre il presente. “Non ci abbiamo ancora pensato” non è un’esclusione definitiva: è una finestra tenuta socchiusa.
Il quadro complessivo è quello di una trattativa che avanza per segnali indiretti, pressioni asimmetriche e documenti scambiati nell’arco di minuti dopo rotture annunciate. La struttura formale del negoziato — inviati, voli, sedi neutrali — è subordinata alla gestione dell’immagine da parte di Trump e alla necessità iraniana di non apparire deboli di fronte all’opinione pubblica interna. Entrambe le esigenze convergono verso una diplomazia caotica ma, per ora, ancora viva.
