I conti dell’Italia tra il rigore della UE e il “macigno” del Superbonus: Meloni non esclude lo scostamento

In missione ad Agia Napa, la Premier sminuisce il mezzo flop delle proposte italiane a Bruxelles e contrattacca: la colpa dei margini stretti è dei governi precedenti. Ma la pressione sulle bollette e gli impegni Nato impongono scelte rapide, mentre il rapporto deficit/Pil si ferma a un soffio dalla soglia di sicurezza.

La premier Giorgia Meloni e il presidente di Cipro Nikos Christodoulides

La premier Giorgia Meloni e il presidente di Cipro Nikos Christodoulides (foto governo.it)

Giorgia Meloni è atterrata ad Agia Napa con una consapevolezza scomoda: la lista delle proposte italiane avanzate nelle settimane precedenti — dallo stop al sistema degli Ets, alla tassazione degli extraprofitti, fino alla sospensione del Patto di stabilità — non ha fatto molta strada a Bruxelles. Il vertice informale del Consiglio europeo, ospitato da Cipro in virtù del semestre di presidenza, è dunque per lei un’occasione da non sprecare: trovare alleati, riaprire il negoziato sulla flessibilità di bilancio, e provare a guidare la narrazione su un dossier, quello energetico, che rischia di diventare il principale banco di prova del governo per i prossimi mesi.

Il contesto non è neutro. Cipro è l’isola lambita dal conflitto mediorientale, teatro quotidiano di operazioni con droni che hanno reso tangibile la crisi alle porte dell’Europa. “Noi dobbiamo trovare delle risposte, siamo venuti a cercarle qui”, ha detto la premier in un lungo doorstep — più articolato del solito — prima di entrare ai lavori. Un segnale, anche comunicativo: Meloni sa di giocare in salita e sceglie di non nasconderlo.

Flessibilità fiscale, il nodo centrale

Il cuore della posizione italiana si può riassumere in un concetto: lo spazio fiscale non è uguale per tutti. La Germania può permettersi di espandere gli aiuti di Stato ai propri settori produttivi colpiti dalla crisi energetica senza mettere a rischio la propria posizione di bilancio. L’Italia no. Fare altro debito non è un’opzione praticabile, almeno non in questa fase. Ecco perché la proposta avanzata dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen — che allarga le maglie delle regole sulla concorrenza per facilitare gli aiuti di Stato — viene valutata da Meloni come un “passo avanti”, ma “non sufficiente”.

La controproposta italiana è strutturale: modellare il trattamento delle spese energetiche sul precedente già stabilito per la difesa con il meccanismo Safe, escludendole cioè dal calcolo del deficit. “Ragionare su un modello per cui anche queste spese non vengono conteggiate”, ha spiegato la premier, è la direzione verso cui spingere. Una richiesta di principio prima ancora che di cifre, con l’obiettivo di non lasciare sola l’Italia in una asimmetria competitiva che penalizza i Paesi con debito pubblico elevato.

Lo scostamento come carta di riserva

In questo quadro si inserisce il riferimento allo scostamento di bilancio, che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva sollevato il giorno precedente. Meloni non smentisce il suo ministro, ma lo ridimensiona: lo scenario è reale, ma secondario rispetto al percorso europeo. “Dobbiamo vedere intanto quali sono le regole che abbiamo e poi nelle prossime settimane ovviamente decidiamo come muoverci a livello nazionale, ad oggi non stiamo escludendo niente”, ha detto.

Evocarlo, nella lettura che ne dà Palazzo Chigi, serve a mandare un messaggio politico: il governo mette i problemi degli italiani al primo posto e non esclude nessuno strumento per affrontarli. Se dovesse concretizzarsi, le priorità di spesa individuate dalla premier sarebbero le bollette energetiche e “dare risposte ai bisogni dei cittadini”. Ma restano sullo sfondo anche gli impegni Nato sulla spesa militare, con un vertice alle porte e Donald Trump in attesa di numeri convincenti. “Chiaramente li vogliamo mantenere”, ha precisato Meloni, senza entrare nei dettagli di come conciliare i due fronti.

Il 3,1% e la difesa dei conti

C’è un’amarezza che trapela nella comunicazione della premier, ed è quella per il mancato sfondamento della soglia del 3% nel rapporto deficit/Pil. Quell’obiettivo avrebbe consentito all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione e di accedere, di diritto, alla flessibilità sulle spese per la difesa che oggi sarebbe preziosa. Il governo aveva previsto il 3,3%: il risultato finale è stato il 3,1%, meglio delle attese ma non abbastanza per il traguardo simbolico e politicamente rilevante del sotto-tre.

Meloni respinge però la lettura che traduce questo scarto in “conti in disordine”. La difesa è articolata e poggia su un confronto storico: “Quando ci siamo insediati avevamo un deficit all’8,1%, oggi ce l’abbiamo al 3,1%, la previsione del governo era il 3,3%, abbiamo fatto meglio delle nostre stesse previsioni”. L’idea di fondo è che la traiettoria conti più del singolo numero, e che la solidità percepita dell’economia italiana non venga scalfita da uno scarto di un decimale rispetto a una soglia convenzionale.

L’eredità Conte e il peso del superbonus

Non manca, nel ragionamento della premier, il capitolo dell’attribuzione delle responsabilità. Il passato pesa, secondo Meloni, e il nome evocato è quello di Giuseppe Conte. Il superbonus edilizio — la misura introdotta dal governo M5S-PD durante la pandemia — viene indicato come il principale macigno che grava ancora sui conti pubblici. “Io finirò di pagare i debiti e il superbonus quando arriveranno le elezioni politiche e quindi, diciamo, qualcuno ha lasciato dei debiti che il governo successivo doveva per cinque anni ripagare e questo purtroppo anche pesa”.

È un argomento che il centrodestra utilizza sistematicamente, e che serve a contestualizzare il vincolo fiscale attuale come eredità strutturale e non come scelta di questa maggioranza. La costruzione del ragionamento è coerente con la linea tenuta fin dall’insediamento: i conti migliorano nonostante il debito pregresso, non grazie a condizioni favorevoli di partenza. Cipro, per Meloni, è il palcoscenico su cui provare a trasformare questa difensiva in una proposta politica europea. I prossimi giorni diranno se ha trovato ascolto.