Pompei svela il suo memoriale: i corpi dell’eruzione in un percorso scientifico ed emotivo senza precedenti
Per la prima volta visitabile, l’allestimento permanente nella Palestra Grande degli scavi riunisce ventidue calchi provenienti da domus, strade e porte della città distrutta nel 79 d.C., presentati al ministro Giuli secondo criteri di provenienza e rigore filologico.
Ventidue corpi. Fermati nel gesto, nell’ultimo respiro, nella postura con cui cercarono riparo o corsero verso un’uscita che non c’era. I calchi delle vittime dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. escono dai depositi e trovano collocazione definitiva in un allestimento museale permanente ospitato nella Palestra Grande degli scavi di Pompei. Il percorso è aperto al pubblico per la prima volta e si configura come il memoriale più articolato mai dedicato alla catastrofe che cancellò la città.
La selezione non è casuale. Fra i numerosi calchi rinvenuti nel corso dei decenni, sono stati scelti quelli meglio conservati e più “leggibili”: figure che restituiscono con chiarezza la posizione del corpo, l’atteggiamento, la condizione della morte. Accanto ai calchi, una serie di materiali organici straordinariamente preservati completa il racconto, offrendo una sezione documentaria che dialoga con la sezione memoriale.
La geografia della fuga
Il criterio espositivo segue la logica del contesto di provenienza. I reperti sono disposti in sequenza: si parte dalle domus negli spazi interni della città, si prosegue verso le porte urbane, si arriva alle strade di uscita lungo le quali gli abitanti tentarono la fuga. È una mappa del terrore. Ogni gruppo di calchi corrisponde a un luogo preciso, a una scelta compiuta sotto la pressione della nube ardente.
Il percorso ricostruisce così la dinamica dell’eruzione non come dato geologico astratto, ma come esperienza umana concreta, individuale, irripetibile. La nube piroclastica che avvolse Pompei nel 79 d.C. agì in pochi minuti. La cenere vulcanica solidificò i corpi nel loro ultimo atteggiamento, creando involucri naturali che i tecnici degli scavi, a partire dal metodo sviluppato da Giuseppe Fiorelli nel 1863, hanno imparato a riempire con gesso liquido per ottenere i calchi. Il risultato è una forma di documentazione involontaria: la morte come reperto.
Il rigore e l’empatia
All’inaugurazione ha preso parte il ministro della Cultura Alessandro Giuli, che ha sottolineato la doppia natura del progetto. Da un lato, il rigore scientifico: un allestimento fondato su criteri filologici, sul rispetto della provenienza stratigrafica, sulla leggibilità dei dati. Dall’altro, una dimensione che travalica la sola archeologia. Giuli ha citato Susan Sontag — e il suo saggio sul dolore degli altri — per indicare la capacità del progetto di descrivere la morte con sguardo scientifico senza rinunciare all’empatia verso le singole esistenze travolte dall’eruzione.
È una tensione produttiva, quella fra distanza analitica e prossimità emotiva, che il percorso espositivo sembra aver fatto propria. I calchi non sono presentati come curiosità, né come spettacolo. Sono testimonianze. La loro drammaticità non ha bisogno di amplificazione: basta guardarli.
