Teatro Biondo di Palermo, in scena il Gabbiano di Čechov con Giuliana De Sio

Giuliana De Sio

Giuliana De Sio

Un destino di grigia ineluttabilità, l’abisso tra sogno e realtà, l’impossibilità del riscatto. Sono i temi eterni de Il Gabbiano di Anton Čechov che torna in scena al Teatro Biondo di Palermo dal 4 all’8 febbraio con un cast di prim’ordine. Protagonisti, nei ruoli della diva Irina Arkadina e dello scrittore Trigorin, Giuliana De Sio e Filippo Dini, quest’ultimo anche regista dello spettacolo. Una produzione nazionale che unisce i Teatri Stabili di Veneto, Torino, Roma, Bolzano e Napoli, portando sulla scena un classico letto come una spietata metafora della nostra epoca di crisi. Una parabola discendente sull’assurdità del destino umano, dove ogni ambizione è destinata a infrangersi contro il muro della quotidianità.

La storia è quella, potentissima, del giovane aspirante drammaturgo Kostja Treplev, interpretato da Giovanni Drago. La sua ossessione è l’arte nuova, il suo amore è per la coetanea Nina (Virginia Campolucci), che sogna il palcoscenico. Il suo antagonista è la madre, la celebre attrice Arkadina, donna egocentrica e possessiva, e il suo compagno, il famoso scrittore Trigorin, che diventerà l’oggetto del desiderio di Nina. Intorno, nella casa di campagna sul lago, ruotano le esistenze malinconiche e disilluse di una piccola comunità: il fratello malato di Arkadina, Sorin (Valerio Mazzuccato), il medico Dorn (Fulvio Pepe), l’innamorata non corrisposta Maša (Enrica Cortese). Il primo atto, con la messa in scena fallimentare del testo sperimentale di Kostja, interrotto dalle risate e dall’insofferenza della madre, è il detonatore di un processo inesorabile. Da lì, ogni personaggio precipita nel gorgo delle proprie illusioni spezzate.

I personaggi come ombre di un mondo alla fine

La regia di Filippo Dini sceglie un impianto contemporaneo, con scene di Laura Benzi e costumi di Alessio Rosati, illuminati dalle luci di Pasquale Mari e accompagnati dalle musiche di Massimo Cordovani. Una cornice che stacca il dramma dalla sua epoca per proiettarlo in una dimensione senza tempo, che è poi quella della sua eterna attualità. “L’intero dramma è una testimonianza dell’assurdità del destino umano”, spiega Dini. “Sembra non esistere progetto grandioso che non sia votato, prima o poi, all’insuccesso; come dovesse occorrere un’energia sovrumana per gettare una passerella sull’abisso che separa il sogno dalla realtà”.

Čechov, secondo il regista, mette in scena un esperimento antropologico: dieci esseri in uno stesso ambiente, costretti a interagire, destinati a soccombere. Le loro migliori pulsioni sono condannate al fallimento da principi ineluttabili, da cause interiori e sociali che l’autore disseziona con freddezza chirurgica. L’ultimo atto, a distanza di due anni, mostra il pieno compiersi di questa disfatta. I rapporti si sono inariditi, i sogni si sono trasformati in rimpianti velenosi, la vita si è ridotta a un’orribile e grigia consuetudine. Kostja, l’artista fallito, e Nina, l’attrice ridotta a mediocre girovaga, sono i due volti più laceranti di questa sconfitta generale.

Ma ciò che colpisce, in questa lettura, è il parallelismo proposto con il presente. Dini non vede solo una storia privata, ma una metafora collettiva. “L’immortalità di questo testo e la sua bruciante contemporaneità”, afferma, “stanno proprio nella descrizione di una “umanità alla fine”, una società sull’orlo del baratro, che avverte l’arrivo di un’apocalisse”. I personaggi di Čechov sono, per il regista, un popolo di ombre che lotta per non soccombere alla malinconia, al rammollimento, alla tristezza.

Lottano, si scontrano, talvolta si sparano, in una resistenza disperata contro una fine imminente. È un’atmosfera che Dini ritrova intatta nella nostra epoca, segnata da crisi esistenziali, ambientali, sociali. “Le somiglianze sono straordinarie e sconfortanti”, sottolinea, “come se Čechov ci guardasse da lontano con il suo sorriso ironico, nell’attesa che anche la nostra società arrivi alla sua esplosione”. Il lago del testo diventa così lo specchio di un disagio universale, la casa di campagna il microcosmo di un mondo in dissoluzione.

La forza di un cast che dà vita alle ombre cechoviane

In questa cornice concettuale, il lavoro degli attori diventa fondamentale. Devono incarnare non solo personaggi, ma archetipi di un malessere. Giuliana De Sio, nel ruolo di Arkadina, deve bilanciare la diva egocentrica e glaciale con gli accessi di vulnerabilità materna. Filippo Dini, nel doppio ruolo di regista e interprete di Trigorin, dà corpo all’artista affermato ma interiormente vuoto, predatore passivo di sogni altrui.

La sfida maggiore è forse sulle spalle dei giovani interpreti: Giovanni Drago deve mostrare la parabola di Kostja dalla febbre creativa all’autodistruzione, mentre Virginia Campolucci deve attraversare la trasformazione di Nina dalla freschezza ingenua alla disillusa amarezza. Il cast di supporto, con volti solidi come Fulvio Pepe, Valerio Mazzuccato ed Enrica Cortese, costruisce con precisione quel coro di esistenze marginali e disperate che è l’humus del dramma. Le loro storie, incastrate tra quelle dei protagonisti, amplificano il senso di un fallimento collettivo, di un’intera comunità che non riesce a comunicare, ad amare, a cambiare il proprio destino.

Un classico che interroga il nostro presente

La scelta di puntare su un classico come Il Gabbiano in una coproduzione di tale respiro nazionale non è casuale. In un momento di profonda incertezza, il teatro guarda ai testi che sanno scavare nell’animo umano e offrire chiavi di lettura del presente. Čechov, maestro indiscusso del non-detto e della malinconia, si presta a questa operazione più di ogni altro. Il suo sguardo, privo di sentimentalismi ma carico di compassione, costringe lo spettatore a riconoscersi nelle debolezze, nelle aspirazioni tradite, nella paura del futuro che anima i suoi personaggi. Lo spettacolo palermitano non cerca facili attualizzazioni, ma punta a rispettare la complessità del testo, affidandosi alla potenza della parola e alla profondità dell’interpretazione.

La crisi di cui parla Dini non è solo economica o politica, ma prima di tutto spirituale. È la crisi di un’umanità che, come ai tempi di Čechov, sente vacillare le sue certezze e teme di non avere più la forza per costruire nuovi sogni. Il Gabbiano, uccello simbolo del dramma, è prima libero e poi ucciso, infine imbalsamato. Un’immagine potente della creatività prima esaltata, poi brutalmente repressa, e infine ridotta a sterile ricordo. La domanda che lo spettacolo lascia cadere in platea è inevitabile: in che punto di questa parabola ci troviamo oggi? Siamo ancora capaci di quel salto sovrumano tra sogno e realtà, o abbiamo già accettato la nostra imbalsamazione? Le repliche al Biondo, fino all’8 febbraio, offrono l’occasione per cercare, nelle parole di un drammaturgo russo di fine Ottocento, una risposta per il nostro tempo.