Corte dei conti: oltre seicento milioni recuperati all’erario in cinque anni
Il presidente Carlino inaugura l’anno giudiziario 2026 e respinge le accuse di ostruzionismo alla pubblica amministrazione, mentre la riforma appena entrata in vigore riaccende il confronto istituzionale
L’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte dei Conti non è mai una cerimonia di ordinaria amministrazione. Quest’anno lo è ancora meno. Sul tavolo pesa una novità legislativa di rilievo: la legge 7 gennaio 2026, n. 1, entrata in vigore poche settimane fa, che ridisegna in misura sensibile le funzioni giurisdizionali e di controllo della magistratura contabile. Il presidente Guido Carlino ha scelto l’occasione per chiarire, con una nettezza che non ammette equivoci, quale sia il codice di condotta dell’istituzione che presiede.
“È indubbio che questa magistratura non potrà mai venir meno al ruolo assegnatole dalla Costituzione di garante indipendente della finanza pubblica contro ogni forma di cattiva gestione, di spreco o di danno all’erario e quindi alla collettività.” Le parole di Carlino non sono retoriche. Sono la risposta a un dibattito che dura da anni e che la riforma di gennaio ha riportato al centro della scena politica e istituzionale.
Il rifiuto dell’accusa di ostruzionismo
C’è un argomento ricorrente nel dibattito sulla responsabilità contabile: quello della cosiddetta “paura della firma”, ovvero la tesi secondo cui il timore di incorrere in giudizi della Corte frenerebbe l’iniziativa dei funzionari pubblici, rallentando l’azione amministrativa. Carlino l’ha affrontato senza pruderie. Ha preso le distanze da “talune argomentazioni che, ancorandosi a una supposta paura della firma, prospettano l’operato della Corte come un ostacolo all’agire della pubblica amministrazione”. Dietro queste posizioni, ha aggiunto, si nasconde “un atteggiamento di sostanziale indifferenza, se non di contrarietà, verso gli strumenti di tutela delle risorse pubbliche”.
È un passaggio che va letto con attenzione. Il presidente non nega che il sistema possa presentare disfunzioni da correggere. Nega, invece, che la soluzione consista nell’indebolire i meccanismi di controllo. La custodia delle risorse pubbliche, ha ribadito, è condizione necessaria perché lo Stato possa svolgere le proprie funzioni, soddisfare i diritti dei cittadini, rendere la Repubblica più solida. Un principio che, a suo giudizio, “dovrebbe essere chiaro a tutti, come lo era per i Padri costituenti”.
Il richiamo alla Costituzione non è ornamentale. Carlino ha insistito sul fatto che qualsiasi riscrittura delle funzioni della Corte — e qualsiasi interpretazione delle norme che le regolano — deve sempre conformarsi ai principi costituzionali, “in linea con esigenze di certezza del diritto, di ragionevolezza e di parità di trattamento”. È, in sostanza, un avvertimento al legislatore: la riforma è ammissibile nei limiti in cui non estradi la magistratura contabile dal perimetro che la Carta le assegna.
I numeri del recupero e il rischio del tetto
Mentre il presidente tratteggiava il quadro istituzionale, il procuratore generale Pio Silvestri portava in aula i dati. Nel 2025 le somme recuperate all’erario si sono attestate a 88.161.175,51 euro. Nel quinquennio 2021-2025 il totale complessivo ha raggiunto 642.613.826,82 euro. Cifre che Silvestri ha citato per confutare chi sostiene l’inefficacia dell’azione recuperatoria della Corte.
Ma è sui rischi futuri che il procuratore ha concentrato l’analisi più critica. La riforma introduce un tetto al risarcimento che Silvestri giudica “troppo basso per garantire la necessaria azione di deterrenza”. La conseguenza è diretta e prevedibile: “È di tutta evidenza che il prossimo anno i numeri saranno di gran lunga più contenuti.” L’auspicio formulato pubblicamente è quello di un ripensamento del legislatore, almeno su questo punto specifico. Non una bocciatura in blocco della riforma, dunque, ma una richiesta circostanziata di correzione su un nodo che il procuratore considera nevralgico.
La questione non è tecnica soltanto. Un tetto al risarcimento ridotto cambia la geometria degli incentivi. Se la sanzione attesa scende al di sotto di una soglia critica, l’effetto dissuasivo si affievolisce e la condotta illecita diventa statisticamente più conveniente per chi la pone in essere. È una logica elementare di analisi economica del diritto, e Silvestri la espone con la franchezza di chi conosce il dato sul campo.
Fondi pubblici, frodi e obblighi europei
L’ultimo fronte riguarda le frodi sui finanziamenti pubblici. Nel 2025 la Corte ha registrato un aumento delle fattispecie di danno legate a condotte dolose di distrazione di contributi e finanziamenti, provenienti dall’Unione europea, dallo Stato e dalle Regioni. Tra le risorse colpite figurano anche i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza.
Carlino ha descritto il meccanismo con precisione: si tratta dello sviamento, da parte di privati, dalle finalità per le quali i finanziamenti erano stati erogati. Fattispecie che spesso configurano profili di corruzione e che, in più di un caso, incidono sugli obblighi assunti dall’Italia nei confronti dell’Unione europea. È un dato che assume una valenza particolare nel momento in cui il Paese è chiamato a rendicontare l’utilizzo delle risorse comunitarie e a rispettare i traguardi concordati con Bruxelles.
L’inaugurazione dell’anno giudiziario 2026 lascia dunque sul campo tre questioni aperte: il perimetro costituzionale entro cui la riforma può muoversi, l’effetto del tetto ai risarcimenti sulla capacità deterrente della Corte, la tenuta dei controlli sui fondi europei. Su ciascuna di esse, la magistratura contabile ha fatto sentire la propria voce. Spetterà al Parlamento decidere se ascoltarla.
