Il “padre del grafene” lascia Manchester per Hong Kong: la Cina conquista un altro gigante della ricerca mondiale
Il fisico premiato a Stoccolma nel 2010 lascerà l’ateneo inglese in primavera, attratto dalle infrastrutture scientifiche e dalla visione interdisciplinare del polo accademico cinese.
André Geim, 67 anni, Premio Nobel
La notizia ha il peso specifico di un fatto simbolico oltre che scientifico. André Geim, 67 anni, Premio Nobel per la fisica nel 2010, lascerà l’Università di Manchester — dove ha trascorso oltre due decenni — per assumere una cattedra ordinaria all’Università di Hong Kong a partire dall’aprile prossimo. Lo ha annunciato la stessa facoltà di Fisica dell’ateneo. Un trasferimento che non riguarda soltanto la biografia di uno studioso eccezionale, ma segnala qualcosa di più vasto: lo spostamento progressivo del baricentro della ricerca mondiale verso Oriente.
Geim è, per il pubblico cinese, il “padre del grafene”: l’uomo che nel 2004, guidando un gruppo di lavoro a Manchester, isolò per la prima volta un singolo strato di atomi di carbonio — il materiale più sottile e resistente mai prodotto — con uno strumento di una semplicità disarmante: un pezzo di nastro adesivo. Insieme a lui lavorava Konstantin Novoselov, anch’egli poi insignito del Nobel. Quella scoperta aprì un campo scientifico del tutto nuovo e consacrò Manchester come centro di eccellenza mondiale nella scienza dei materiali.
Ora quella stagione si chiude. E Geim ha scelto di spiegarne le ragioni senza reticenze. «L’approccio lungimirante dell’Università di Hong Kong alla ricerca interdisciplinare e l’impegno nel sostenere idee audaci creano le condizioni in cui la grande scienza può prosperare», ha dichiarato in una nota diffusa dall’ateneo. Parole misurate, ma inequivoche nella direzione che indicano.
I legami con la Cina, costruiti nel tempo
Il trasferimento non è una rottura improvvisa. È, piuttosto, il punto di arrivo di un rapporto costruito metodicamente nel corso di anni. Geim è membro straniero dell’Accademia cinese delle scienze dal 2017. Ha formato decine di dottorandi cinesi nel corso della carriera — il primo risaliva agli anni di Manchester — e ha collaborato con istituti di ricerca e aziende del Paese che definisce «leader sia nelle applicazioni industriali sia nella ricerca di base» sulle tecnologie del grafene.
In un’intervista ripresa dal South China Morning Post, ha ricordato che il percorso che portò alla scoperta del 2004 era già intrecciato con la Cina: il primo dottorando del suo gruppo lavorava proprio sulla riduzione dello spessore della grafite. La scoperta arrivò quando il team — con il nastro adesivo — ottenne lamelle trasparenti sottilissime, identificate poi al microscopio. Un metodo elementare al servizio di una visione scientifica radicale.
Nato a Sochi nel 1958 da genitori di origine tedesca, entrambi fisici, Geim si è formato all’Accademia russa delle scienze a Chernogolovka, vicino a Mosca. Ha poi condotto ricerche post-dottorati nel Regno Unito e in Danimarca, ottenuto nel 1994 una cattedra associata all’Università Radboud di Nimega, nei Paesi Bassi, e infine si è trasferito a Manchester nel 2001. La sua è una biografia da cittadino scientifico del mondo: nato sovietico, naturalizzato olandese, cresciuto accademicamente in Gran Bretagna, ora attratto dall’Asia. Vale la pena ricordare anche la sua singolarità nel panorama mondiale: è l’unica persona ad aver ricevuto sia il Nobel sia un IgNobel — quest’ultimo nel 2000, per aver fatto levitare una rana viva mediante campi magnetici.
Pechino e la strategia per il 2035
Il caso Geim non va letto in isolamento. È una tessera di un mosaico più ampio e deliberato. La Cina ha costruito negli ultimi anni una politica strutturata di attrazione dei talenti scientifici internazionali, con l’obiettivo dichiarato di diventare la principale potenza della ricerca mondiale entro il 2035. Il precedente «Piano Mille Talenti» si è evoluto in uno strumento più selettivo, orientato oggi verso scienziati giovani e altamente qualificati nei settori della scienza, tecnologia, ingegneria, matematica e intelligenza artificiale.
L’ultimo segnale in questa direzione è il cosiddetto visto di «tipo K», lanciato di recente da Pechino per i talenti stranieri nei settori scientifico e tecnologico. A differenza degli altri permessi cinesi, non richiede un invito preliminare da parte di un datore di lavoro nazionale e offre condizioni di soggiorno più favorevoli, per durata, validità e numero di ingressi. L’agenzia ufficiale Xinhua ne aveva anticipato le caratteristiche già ad agosto. La coincidenza temporale con la decisione dell’amministrazione statunitense di imporre una tassa di centomila dollari per le autorizzazioni destinate ai lavoratori stranieri — scienziati, ingegneri, programmatori — non è casuale. È la risposta a uno spazio che si apre.
«Mentre alcuni Paesi si ripiegano su se stessi e marginalizzano i talenti internazionali, la Cina coglie con entusiasmo un’opportunità importante», ha scritto il Quotidiano del Popolo sui propri canali social in occasione del lancio del nuovo visto. Il tono è quello della rivalità dichiarata.
I Nobel e i grandi scienziati già approdati in Cina
Geim non è solo. Negli ultimi anni una serie di figure di primo piano della scienza mondiale ha accettato cattedre, ruoli dirigenziali o collaborazioni strutturate con istituzioni cinesi. Il fisico sino-americano Zhong Lin Wang, considerato il padre dei nanogeneratori e per decenni professore al Georgia Institute of Technology, si è trasferito stabilmente a Pechino nel 2024, assumendo la guida del Istituto di Nanoenergia di Pechino. Yan Ning, biologa strutturale specializzata nelle proteine di membrana, ha lasciato la Princeton University per dirigere lo Shenzhen Bay Laboratory ed è oggi accademica dell’Accademia cinese delle scienze.
Nel campo dell’intelligenza artificiale, Song-Chun Zhu — già professore all’Università della California di Los Angeles e pioniere della visione artificiale — occupa oggi posizioni di vertice presso l’istituto BigAI di Pechino, dove promuove modelli di sviluppo alternativi a quelli occidentali. Il fisico francese Gérard Mourou, Nobel per la tecnica di amplificazione degli impulsi laser a pettine di chirp, ha assunto incarichi in istituzioni cinesi mantenendo affiliazioni internazionali multiple. Il matematico giapponese Kenji Fukaya, tra i massimi esperti mondiali di geometria simplettica, ha accettato collaborazioni accademiche in Cina accanto alle sue posizioni internazionali.
Il caso di Charles M. Lieber è diverso per natura ma indicativo per esito: il chimico di Harvard, pioniere delle nanostrutture, si è trasferito in Cina dopo un procedimento giudiziario negli Stati Uniti, assumendo ruoli accademici presso istituzioni scientifiche del Paese.
La tendenza è chiara. La competizione globale per i talenti della ricerca non si gioca più soltanto tra università americane ed europee. Si gioca tra sistemi. E la Cina, con risorse, incentivi e una visione di lungo periodo, sta alzando progressivamente la posta.
