L’attacco dalla Casa Bianca e stop all’accordo su Difesa con Israele: Meloni tiene il punto su due fronti

Il presidente americano, intervistato in esclusiva dal Corriere della Sera, accusa la presidente del Consiglio di non voler partecipare alla pressione su Teheran e di aver avuto il torto di solidarizzare con il Papa; nel frattempo a Roma lei sospende l’accordo di difesa con Israele, mentre Schlein e Calenda si schierano al suo fianco.

Donald Trump e Giorgia Meloni

Donald Trump e Giorgia Meloni

C’è un momento in cui la politica estera smette di essere retorica e diventa azione di governo. È accaduto nel giro di poche ore: Giorgia Meloni ha tenuto testa a Trump, leader della prima potenza mondiale, e ha alzato la voce contro il premier Netanyahu. Lo ha fatto senza rotture formali, senza strappi diplomatici urlati. Lo ha fatto con quella che – in politica estera – è la merce più rara: la chiarezza. Sullo sfondo, un’intervista esclusiva al Corriere della Sera in cui il presidente americano la definisce “scioccante” e diversa da quel che credeva. Lei non abbassa la testa. E, paradossalmente, è Trump a ricompattare l’Italia.

 

 

Le parole di Trump: “Mi sbagliavo su di lei”

Un mese fa Trump aveva definito Meloni “un’amica e una grande leader che cerca sempre di aiutare”. Oggi ha detto altro. “Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo”. La ragione della rottura è duplice: la mancata adesione italiana alla pressione militare su Teheran e la difesa di Papa Leone, che Trump aveva criticato pubblicamente. “È lei che è inaccettabile”, ha detto il presidente americano riferendosi a Meloni, “perché non le importa se l’Iran ha un’arma nucleare”.

I due, stando alle dichiarazioni di Trump, non si sentono “da molto tempo”. La ragione? “Non vuole aiutarci con la Nato, non vuole aiutarci a sbarazzarci dell’arma nucleare. È molto diversa da quello che pensavo”. La diagnosi finale è quella di un paese che delega: “Pensa che l’America dovrebbe fare il lavoro per lei”. Il fatto è che la guerra Trump l’ha scatenata da solo, senza avvertire gli alleati e ora vorrebbe proprio da loro, quindi anche dall’Italia, man forte contro l’Iran.

 

 

Sul fronte energetico, Trump è categorico. L’Europa, a suo avviso, “paga i più alti costi del mondo per l’energia” e non è disposta a difendere lo stretto di Hormuz, da cui dipende la propria fornitura. “Dipendono da Donald Trump perché lo tenga aperto”. Quanto alla richiesta di dragamine italiani per pattugliare lo stretto, il presidente ammette di averla formulata — “ho chiesto di inviare tutto quello che vogliono” — e di aver incassato un rifiuto, spiegato con una formula sprezzante: “La Nato è una tigre di carta”.

Il Papa, l’Iran e Viktor Orbán

Il giudizio sul nuovo pontefice è altrettanto netto. Papa Leone ha invocato la pace. Trump risponde che “non dovrebbe parlare di guerra, perché non ha idea di quello che sta succedendo”. L’accusa principale è di ignoranza geopolitica: il Papa “non capisce che in Iran hanno ucciso 42mila manifestanti lo scorso mese”, dice Trump, senza citare fonti a sostegno di quel numero.

C’è poi la parentesi ungherese. La sconfitta di Viktor Orbán alle ultime elezioni strappa a Trump un commento amaro: “Era un mio amico, un brav’uomo, ha fatto un buon lavoro sull’immigrazione. Non ha lasciato che la gente venisse a rovinare il suo paese, come ha fatto l’Italia”. Il riferimento a Meloni è implicito ma trasparente.

Meloni risponde: chiarezza senza rottura

A margine del Vinitaly di Verona, Meloni affronta i giornalisti senza schivare. Sul ritardo nella risposta alle parole di Trump sul Papa, replica con una precisazione e un pizzico di sarcasmo: “A me pareva che il post pubblicato alle 8.30 del mattino fosse un segnale chiaro”. Poi aggiunge: “Non so quanti leader abbiano detto parole più chiare, questo per quanti dicono che ci sarebbe una sudditanza”.

Nel corso della stessa giornata, la premier compie una seconda mossa che non passa inosservata: annuncia la sospensione del rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele. Da parte israeliana arriva la minimizzazione – un memorandum privo di contenuto reale, si dice a Tel Aviv. Ma il segnale politico è inequivocabile. Meloni dice a Netanyahu quello che nessun governo di centrodestra italiano aveva mai detto con questa chiarezza: fin qui, e non oltre.

Due fronti, dunque. Due risposte. Un filo conduttore comune: la distinzione tra il vincolo atlantico e l’obbedienza personale al presidente di turno. “Quando si hanno alleati strategici, bisogna avere il coraggio di dire quando non si è d’accordo. Ed è quello che faccio ogni giorno”, ha dichiarato la premier. Non è una rottura. È qualcosa di più sofisticato: la definizione stessa di una politica estera autonoma.

 

 

L’opposizione si schiera con il governo

L’effetto più imprevisto dell’offensiva di Trump è quello che produce nell’arena domestica italiana. Elly Schlein, segretaria del Pd, interviene in aula alla Camera con parole che suonano come una difesa d’ufficio dell’avversaria: “Voglio esprimere la nostra più ferma condanna per l’attacco del presidente Trump alla presidente del Consiglio”. E aggiunge: “L’Italia è un paese libero e sovrano. Nessun capo di Stato straniero può permettersi di attaccare o minacciare il nostro governo”. La richiesta è quella di una condanna unanime dell’assemblea.

Sulla stessa lunghezza d’onda Carlo Calenda: “Meloni ha avuto coraggio a fare ciò che andava fatto da tempo: dire basta a questo pazzo. E spero che davanti a questo attacco saremo tutti compatti nel respingerlo al mittente”. Paolo Gentiloni, ex commissario europeo, aggiunge la sua voce al coro.

Trump voleva isolare Meloni. Ha ottenuto il risultato opposto: per qualche ora, ha ricucito un paese che sembrava strutturalmente incapace di trovare un punto di convergenza. L’asse trasversale che si è formato — da Schlein a Calenda, passando per Gentiloni — è la testimonianza più eloquente di quanto sia cambiato il clima nel giro di poche ore. La politica estera, a volte, produce effetti che nessuno aveva previsto, nemmeno chi l’ha innescata.