Il trapianto al Monaldi, 12 minuti senza cuore: come una catena di errori avrebbe ucciso Domenico a due anni

Il legale della famiglia del bimbo deceduto dopo un trapianto fallito descrive ai cronisti scene di violenza verbale e caos procedurale in corsia; i verbali acquisiti dalla procura di Napoli confermano tensioni esplose davanti all’intera équipe. gli inquirenti escludono responsabilità a Bolzano e stringono il cerchio sul Monaldi.

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Quattro minuti. Tra le 14.18 e le 14.22 del 23 dicembre scorso, il piccolo Domenico Caliendo era senza cuore. Quello malato era già stato asportato. Quello del donatore non era ancora in sala operatoria. Erano trascorsi, nel frattempo, gli anni in cui il bambino aveva imparato a camminare e a parlare; restavano pochi istanti — rivelatisi decisivi — in cui la catena di un trapianto si era spezzata in un punto che le testimonianze acquisite dalla procura di Napoli stanno ora cercando di definire con esattezza.

Domenico è morto il 21 febbraio. Aveva due anni. Il trapianto al Monaldi era andato male per ragioni che i sette indagati e le loro difese stanno ancora ricostruendo, insieme ai magistrati e agli avvocati della famiglia. Ma sono proprio queste ricostruzioni — frammenti di verbali, dichiarazioni rese come sommarie informazioni, stralci visionati dall’AGI — a disegnare uno scenario che il legale della famiglia, Francesco Petruzzi, definisce con una parola sola: cinematografico. Una parola che, nel lessico di un avvocato abituato alla sobrietà dei tribunali, vale più di un lungo atto d’accusa.

Clampaggio e attesa: i minuti che contano

Il momento del clampaggio — la chiusura delle principali arterie conseguente all’asportazione del cuore malato — è avvenuto alle 14.18. È un dato che non è in discussione. Ciò che emerge dalle testimonianze è quanto accadde subito dopo: alle 14.22, chi stava trasportando il cuore del donatore era ancora al telefono con un altro medico dell’équipe. Il contenitore con l’organo, secondo la ricostruzione di una testimone sentita dai pubblici ministeri, sarebbe arrivato in sala operatoria chiuso, “qualche minuto prima delle 14.30”. Mentre veniva ultimata la cardiectomia, il contenitore non era ancora stato aperto.

Sono quattro minuti, forse dodici. Nella fisiologia di un trapianto cardiaco, ogni minuto di ischemia — il periodo in cui il cuore donato è privo di perfusione — ha un peso clinico preciso. Non è questa la sede per stabilire se quei minuti siano stati determinanti; è compito dei periti e dei magistrati. Ma è in quell’intervallo che si concentra il nucleo dell’inchiesta.

Secondo una delle testimonianze, il tecnico di sala avrebbe comunicato esplicitamente al cardiochirurgo che aveva appena espiantato il cuore malato del bambino: l’organo sostitutivo era ancora fuori dall’ospedale nel momento del clampaggio. La risposta del chirurgo, stando alla medesima fonte, fu un calcio a un termosifone e un’invettiva verbale rivolta al tecnico, davanti agli altri sanitari dell’équipe. Tensioni che, secondo quanto riferisce Petruzzi, sarebbero emerse in coincidenza con i giorni in cui il caso aveva già raggiunto l’attenzione della stampa nazionale.

Bolzano fuori dall’inchiesta: la catena del ghiaccio secco

C’è un secondo fronte nell’inchiesta, che la procura di Napoli sembra aver già chiuso: quello riguardante l’ospedale di Bolzano, da cui proveniva il cuore donato. Il trasporto dell’organo era avvenuto con ghiaccio secco. Una scelta che ha sollevato interrogativi — il ghiaccio secco produce temperature inferiori a quelle raccomandate per la conservazione di un cuore — ma che, secondo la ricostruzione emersa dalle indagini, ricade interamente sulla cardiochirurga del Monaldi.

La procura di Napoli, spiega Petruzzi, “non intende indagare graniticamente nessuno a Bolzano”. I Nas altoatesini hanno svolto un’indagine estesa, compresa una simulazione del versamento del ghiaccio secco all’interno del contenitore. I medici di Innsbruck — chiamati in causa perché coinvolti nella fase preparatoria — sono stati sentiti al confine italo-austriaco, per evitare il ricorso a una rogatoria europea. Un lavoro meticoloso, che ha portato a una conclusione netta.

L’operatore sociosanitario che ha fornito il ghiaccio secco alla chirurga incaricata dell’espianto a Bolzano si era limitato a condurla al luogo in cui era riposto il materiale e ad attendere la sua approvazione. La dottoressa aveva confermato che il ghiaccio andava bene. “L’Oss non ha nessuna qualifica, nessuna culpa in vigilando relativamente a questa situazione”, precisa Petruzzi. L’ospedale di Bolzano, peraltro, non è un centro trapiantologico: il ghiaccio secco è utilizzato per la conservazione dei tessuti, non degli organi destinati al reimpianto. Chi ha scelto di impiegarlo per il cuore di Domenico era la professionista competente. E quella scelta, secondo la procura, appartiene a lei.

Il nodo rimane la sala operatoria di Napoli

Resta, dunque, la sala operatoria del Monaldi. Restano quei minuti tra il clampaggio e l’apertura del contenitore. Resta la domanda su chi abbia deciso di procedere all’asportazione del cuore malato senza avere la certezza che il sostituto fosse già pronto e disponibile. Sono domande tecniche, prima ancora che giuridiche. Ma è su di esse che si gioca l’intera partita processuale.

Sette indagati. Una famiglia che attende risposte. Un bambino di due anni che non c’è più. Petruzzi ha annunciato che i documenti acquisiti saranno studiati con attenzione. “Quello che è successo in sala operatoria a Napoli è qualcosa quasi, purtroppo, di cinematografico”, ha detto. La parola “purtroppo” è l’unica concessione al dolore. Il resto è, come deve essere, materia per i magistrati.