Effetto referendum, doppia scossa al ministero Giustizia: si dimettono Delmastro e Bartolozzi

Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi

Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi

C’è un prima e un dopo il 23 marzo nella storia di questo governo. Il No al referendum sulla giustizia — oltre il 53% dei voti con un’affluenza record al 58,72% — non è stata una sconfitta qualunque. È stata una bocciatura popolare di una riforma che Giorgia Meloni aveva scelto di intestarsi personalmente, trasformando un quesito tecnico-costituzionale in un test di legittimità politica. E i test, quando si perdono così sonoramente, lasciano il segno.

La premier ha gestito il day-after con quella pragmatica determinazione che è il suo marchio di fabbrica. Nessuna crisi formale, nessun voto di fiducia richiesto al Parlamento, nessuna visita al Colle. Ma un’operazione di pulizia chirurgica, condotta in poche ore, per dimostrare che il governo sa reagire ai colpi. Ha riunito i vertici di Fratelli d’Italia e ha imposto una svolta. Il messaggio era chiaro: chi è diventato un peso politico, deve farsi da parte. Delmastro e Bartolozzi sono caduti rapidamente, come frutti maturi. Ma il caso Santanchè è un’altra storia — una partita aperta, irrisolta, che rivela i veri equilibri di potere dentro FdI.

Il nodo Santanchè: l’osso duro che non cede

La dichiarazione pubblica di Meloni è notevole per due ragioni: Santanchè subisce pressioni da mesi, e questa è la prima volta che la presidente del Consiglio dice così esplicitamente che dovrebbe dimettersi. Fino a ieri, la premier si era limitata ad alludere ai problemi giudiziari della ministra, lasciando a lei stessa la valutazione. Oggi ha alzato il tiro, scegliendo lo strumento — insolito e significativo — di una nota istituzionale pubblica.

Il presidente del Consiglio non può licenziare i ministri: può farlo solo il presidente della Repubblica, per questo Meloni ha usato la formula piuttosto vaga “auspico”. Una parola che vale però quanto un ordine, anche se non può essere eseguito coattivamente.

Santanchè, per ora, tiene la posizione. Ha continuato a lavorare regolarmente sentendo i suoi collaboratori, e dal suo ministero fanno sapere che sono confermati tutti gli impegni in agenda per domani e per i prossimi giorni. Non è solo carattere. È una strategia di sopravvivenza. A gennaio 2025 la ministra rispose alle pressioni interne di chi le chiedeva di dimettersi citando proprio Delmastro come termine di paragone — come dire: se lui resta, resto anch’io. Quel paravento è caduto oggi pomeriggio.

A carico di Santanchè c’è un processo a Milano per presunto falso in bilancio sulla sua società Visibilia e un’indagine per un’ipotesi di bancarotta. Non è un curriculum da ministro in carica, e la maggioranza lo sa da tempo. Secondo alcune fonti, Meloni potrebbe prendere l’interim del Turismo o scegliere un tecnico di spicco del settore — segnale che il successore è già in caldo.

L’opposizione: plaude e rilancia

Il centrosinistra incassa le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi come un trofeo, ma non si accontenta. Renzi ha evocato la propria esperienza: “Io lasciai tutto quando persi un referendum costituzionale. Meloni avrà lo stesso coraggio?”. Schlein parla di una “maggioranza alternativa” già esistente nel Paese. Conte, più pragmatico, precisa di non chiedere le dimissioni della premier, ma aggiunge che quelle di Santanchè “sono dovute per preservare le istituzioni”.

Il 54% degli italiani ritiene che Meloni dovrebbe continuare a guidare il governo dopo la sconfitta referendaria — un dato che la mette al riparo da crisi immediate. Ma con Delmastro e Bartolozzi salgono a cinque le dimissioni tra gli esponenti del governo dall’inizio della legislatura, quasi tutti di Fratelli d’Italia. Un partito che, proprio mentre il suo referente politico governa il Paese, erode la propria classe dirigente istituzionale con una frequenza che comincia a pesare sull’immagine.

Le prossime ore diranno se Santanchè cederà o costringerà Meloni a una mossa più esplicita. In quel caso, la questione smette di essere una questione di “sensibilità istituzionale” e diventa un regolamento di conti interno. Con tutto quello che ne consegue.