Il grande gioco delle primarie: Conte rompe gli indugi, il campo largo in fibrillazione

Giuseppe Conte

Giuseppe Conte

Il No alla riforma costituzionale della giustizia non è stato soltanto una sconfitta per Giorgia Meloni — è stato il detonatore che ha rimescolato le carte nell’opposizione. Giuseppe Conte lo ha capito prima degli altri, e si è mosso di conseguenza con la rapidità di chi sa che nel vuoto politico chi arriva primo occupa il terreno.

La sua iperattività post-urne — il tour mediatico, le interviste a raffica, la caduta del veto su Renzi — non è agitazione improvvisata. È strategia. L’ex premier rivendica una parte del merito sul referendum (“Conte ha girato mezzo mondo universitario italiano”, dice il neopromosso Patuanelli), ma soprattutto usa la vittoria come propulsore per riaprire la partita della leadership del centrosinistra prima che qualcun altro fissi le regole del gioco.

Gli attori in campo e le loro mosse

Conte gioca d’anticipo con due obiettivi simultanei: forzare la mano sul metodo (le primarie, sì, ma non quelle del Pd) e presentarsi al tavolo del campo progressista non come il partner minore, ma come il co-architetto della coalizione. La caduta del veto su Renzi è in questo senso rivelatore: il leader M5S sa che allargare la platea potenziale dei votanti alle primarie diluisce il vantaggio organizzativo dem.

Schlein risponde con il classico tono dello statista che non vuole sembrare nervoso. “Non cadiamo in un dibattito politicista”, dice. Ma al Nazareno non si oppongono: il Pd ha costruito la sua identità sulle primarie, non può essere lui a metterle in discussione. Francesco Boccia lo ribadisce con la franchezza di chi sa di giocare in casa: le primarie sono nel Dna dem.

Renzi è il jolly più imprevedibile. Le sue “primarie delle idee” sono un tentativo di non restare schiacciato tra due leader più forti, ma la sua disponibilità a “lavorare con tutti” segnala anche che l’ex premier fiorentino non si è ancora rassegnato a un ruolo da comprimario.

Silvia Salis è la variabile che nessuno controlla davvero. La sindaca di Genova — indicata come possibile terza via tra Conte e Schlein — si chiama fuori con garbo ma con determinazione. Il suo argomento anti-primarie (“obbligano a mettere in contrapposizione soggetti della stessa alleanza”) è politicamente fondato e risuona in modo particolare nel centrosinistra con il trauma delle primarie laceranti del recente passato.

La vera posta in gioco: il metodo è il messaggio

Il nodo centrale non è se fare le primarie, ma come. E qui si apre il vero scontro sotterraneo. Conte vuole un voto online con registrazione digitale degli elettori — un sistema che riduce il vantaggio logistico del Pd, storicamente imbattibile nell’organizzazione dei gazebo. È una battaglia di regole del gioco prima ancora che di consensi.

Il percorso che il M5S ha pianificato — cento punti di ascolto primaverili, tavolo programmatico post-estivo, primarie come tappa finale — serve a Conte per arrivare alla resa dei conti con un capitale politico costruito dal basso, capace di sopperire alla storica fragilità del Movimento: il radicamento territoriale. L’Open Space Technology, la metodologia di lavoro adottata, suona come un ibrido tra la Leopolda renziana e i Cantieri di Vendola — un tentativo di dare al M5S una grammatica della partecipazione che non sia quella tradizionale dei partiti, per cui il Movimento ha sempre avuto un’allergia costitutiva.

Le prospettive: un campo che avanza ma non è unito

Il segnale politico del referendum è reale, ma i 5 stelle sanno bene che non è automaticamente traslabile in voti politici. Quando si tocca la Costituzione, il riflesso conservatore degli italiani si attiva indipendentemente dall’orientamento partitico. Il voto dei giovani — che secondo Patuanelli ha deciso l’esito — è un dato su cui costruire una narrativa, non una certezza strutturale.

Il campo largo avanza, ma al suo interno le dinamiche di potere restano irrisolte. Conte deve dimostrare che la sua popolarità personale eccede il perimetro elettorale del M5S — è questa la scommessa delle primarie. Schlein deve evitare di apparire sulla difensiva su uno strumento che il Pd stesso ha inventato. Renzi deve trovare uno spazio che non sia quello del eterno outsider.

Il rischio concreto è che il processo — lungo, articolato, ricco di tappe intermedie — si trasformi in un logoramento che indebolisce l’opposizione proprio mentre il governo attraversa una fase difficile. La storia recente del centrosinistra italiano insegna che le primarie sono state tanto uno strumento di coesione quanto una macchina per produrre fratture. Conte sembra saperlo. E per questo vuole scriverne le regole lui.