Antimafia, De Luca inchioda patti mafia-appalti: concausa stragi ’92 dopo 34 anni.

Procuratore Caltanissetta audito ieri Antimafia denuncia insabbiamenti Palermo; bobine distrutte e indagini fittizie su Ferruzzi-Buscemi legano filone archiviato a morti Falcone-Borsellino.

Salvatore De Luca

Salvatore De Luca

Salvatore De Luca, procuratore capo di Caltanissetta, ha puntato il dito contro un patto implicito che avrebbe bloccato il filone mafia-appalti, trasformandolo in concausa sicura della strage di via D’Amelio e probabile di Capaci; audito dalla Commissione Antimafia a Roma, ha svelato un intreccio di omissioni, distruzioni prove e promozioni sospette che, dopo 34 anni, culmina nell’archiviazione a carico di ignoti.

De Luca ha aperto l’audizione sottolineando come tutte le valutazioni siano condivise dal suo pool stragi – Pasquale Pacifico, Nadia Caruso, Claudia Pasciuti, Davide Spina – e fondate su “concreti, plurimi e univoci elementi”. Ha descritto indagini “spezzettate”, affidate a organi privi di expertise mafiosa, che da Palermo si spostano in Toscana, a Massa Carrara delle società di marmi, senza mai sfociare nei rapporti tra Antonio Buscemi e il gruppo Ferruzzi. “Non si sono fatte”, ha sentenziato, evocando un patto per chiudere senza lasciare traccia: la richiesta di distruggere bobine di intercettazioni, un accordo tra Giammanco, Pignatone, Natoli e il generale Screpanti della Guardia di Finanza, privo di personale adeguato.

Ombre su indagini fittizie

Risale al 1991 l’informativa Ros, archiviata senza atti. Dal 16 febbraio di quell’anno al 1995, Buscemi e Ferruzzi godono di impunità totale, recuperata solo nel 1997 con la cautelare “tavolino” sui vertici ancora vivi. Il 13 settembre 1992 Giammanco assegna a Sciacchitano e Natoli; iscrizione per 416-bis, 648-bis, riciclaggio, ma anomalie procedurali portano allo smantellamento del pool – “troppe persone sulla stessa vicenda”, dice De Luca. Ne nasce un doppio binario separato, frazionamento contro la dottrina Falcone di mega-indagini; quel doppione resta segreto, con Natoli che tace persino a Giammanco.

La scelta della polizia giudiziaria si rivela infausta: il neo Gico GdF manca di coordinamento con il Ros e risorse. “Prassi delegare altrove”, nota De Luca. Intercettazioni ambientali, formidabili negli anni Novanta quando i mafiosi parlavano liberi, vengono ignorate nelle aziende e case; su Bonura si fermano per detenzione post-maxi, sebbene quelle carcerarie – dove capi colloquiano con esterni – sarebbero state fruttuose. Il modello 37 della procura di Palermo conferma ambientali GdF in quel periodo, e utenze multiple intestate a Bonura e Buscemi.

Nel procedimento Lo Forte-Pignatone, un “gravissimo errore procedurale” – ammesso per l’80% dallo stesso Pignatone – vanifica tutto: indagini apparenti, deleghe allo Sco e GdF di Massa Carrara.

Il buco nero delle bobine

Nel 2025 un archivio sperduto al Tribunale di Palermo restituisce brogliacci, aggravando la posizione di Screpanti: Ernesto Di Fresco, ex assessore, confida a Buscemi “Sembra che tutto proceda bene. Sta pellicola sembra che me la da”. Bonura era in appello a gennaio 1992 per omicidi Domici-Chiazzese e arma, assolto. Natoli firma smagnetizzazione post-archiviazione GIP, aggiungendo a penna la distruzione brogliacci su prestampato.

La procura nissena ritarda, fidandosi di una nota palermitana: “Nulla”. La difesa di Natoli scova nei modelli 37 distruzioni dal 1991 al 1997; Pignatone ammette l’errore. De Luca lo definisce “meccanismo nefasto”, dannoso per le Dda e perfetto “buco nero” per pm disonesti: procedura irregolare, senza Gip e camerale notificata alle parti, si presta ad abusi irrilevabili. Provvedimenti multipli, concentrati.

Promozioni, pentiti e doppie firme

Natoli sale a “pm di serie A” gestendo il pentito Mutolo: premio per obbedienza, secondo De Luca, con difesa mendace di Giammanco al Csm – non amicizia, ma compromissione. Indagato con Pignatone per favoreggiamento mafia, prescritto ma concausa stragi: inerzia isolò Borsellino, mentre Falcone ne vedeva “enorme valore”.

Le dichiarazioni di Natoli in Antimafia? Inattendibili, “concordate con Scarpinato”. “Doppia firma”. Per fortuna, altri commissari non coinvolti. Niente pista nera o trattativa; depistaggio La Barbera conferma istituzioni deviate, postulando interventi esterni in quel crocevia mafioso-politico-economico. Insomma, l’audizione di De Luca ha provocato un’onda d’urto in Commissione, dove le parole del procuratore nisseno hanno risvegliato fantasmi del ’92 e diviso gli animi con violenza.

Sara Kelany, deputata FdI e commissaria, ha reagito per prima, dipingendo la procura palermitana come “covo di vipere” evocado da Borsellino: Giammanco, Pignatone e Natoli artefici di un insabbiamento “plastica misura”, con errori grossolani e dichiarazioni mendaci. Ha puntato Scarpinato – “da audire” – e il M5S: “Vergognoso non fugare ombre sul più grande depistaggio, che costò Borsellino”.

Non meno tagliente Maurizio Gasparri, senatore FI, che ha esaltato De Luca per aver “ribadito con nettezza” la concausa D’Amelio-Capaci, denunciando errori Pignatone su appalti e acquisti immobiliari in cosche. Natoli calunniatore, memoria “doppia firma” con Scarpinato: “Dobbiamo aggiungere altro su certi personaggi?”.