Entro l’estate il primo via libera alla nuova legge elettorale: il piano di Meloni per blindare la riforma
L’obiettivo è doppio: impedire che Lega e Forza Italia tornino a negoziare in autunno, sventare i sospetti dell’opposizione sui voti anticipati a ottobre. Con il sistema proporzionale confermato, la legislatura potrebbe davvero correre fino al 2027.
Giorgia Meloni
Dentro Fratelli d’Italia la legge elettorale è ormai considerata una partita da chiudere in fretta. Dopo il deposito del testo bis – che contiene già le modifiche concordate nella maggioranza – il timing è diventato praticamente definito. Non più una speranza propagandistica, ma una possibilità concreta: il via libera definitivo al nuovo sistema potrebbe arrivare entro l’estate. Dunque non solo in Camera, come fino a pochi mesi fa si ipotizzava prudentemente, bensì anche in Senato.
Il vincolo temporale è noto: i tempi parlamentari possono essere contingentati se un provvedimento entra in discussione a Montecitorio entro il 26 giugno. Da qui il calcolo di via della Scrofa. Il primo disco verde arriverebbe intorno al 15-16 luglio. A quel punto resterebbero tre settimane per completare il passaggio in Senato – un lasso di tempo non lunghissimo, ma gestibile con un voto finale blindato dalla fiducia. I tempi sono strettissimi, vero, ma la maggioranza ha deciso di tentare lo sprint finale.
Il doppio calcolo di FdI
Che cosa motiva questa accelerazione? Due ordini di ragioni. Il primo è tattico: la pausa estiva è storicamente il momento in cui le coalizioni cominciano a grattarsi. La legge elettorale, per quanto amata da Fratelli d’Italia, scalda assai meno Lega e Forza Italia. Se l’esame rimanda a settembre, con la ripresa autunnale non è difficile prevedere che i partner di coalizione torneranno a sollevare distinguo, a chiedere nuove modifiche. Un terzo passaggio parlamentare sarebbe uno scenario da evitare.
Il secondo ordine di ragioni è politico-strategico. Dall’opposizione circola l’ipotesi che Meloni stia già pensando a elezioni anticipate a ottobre, magari “ringalluzzita” dal voto amministrativo e sperando nel frattempo in una soluzione della crisi con l’Iran e dello stallo dello Stretto di Hormuz. È una speculazione che FdI ha fretta di demolire. Per questo Giovanni Donzelli, responsabile Organizzazione del partito, ha dichiarato: “La legge elettorale la facciamo, a scanso di equivoci, per le elezioni che si terranno nel 2027, a scadenza naturale della legislatura”.
La linea cautela del Senato
Ignazio La Russa ha scelto una strada diversa: procedere con cautela formale, ma mantenere il sistema aperto a negoziati preliminari. Due giorni fa il presidente del Senato ha riunito i capigruppo di maggioranza e opposizione per una valutazione dei lavori d’aula. Ha proposto informalmente di avviare, “senza i riflettori puntati” e prima ancora dell’arrivo del testo dalla Camera, eventuali “punti in comune” da suggerire sin da ora nel dibattito. Un’ipotesi che però ha lasciato freddi i partiti di opposizione.
La Russa, grande cultore della materia costituzionale, sa bene che il timing parlamentare è figlio della volontà politica. Come ha detto: “Se c’è la volontà politica ci sono i tempi: non è un problema di tempi, il percorso, l’iter delle leggi è sempre figlio della volontà politica”.
Il nodo della Consulta
Resta un interrogativo di fondo: il testo bis basta a scongiurare uno stop della Corte Costituzionale? Tra gli esperti persiste il timore che non tutti i profili critici della riforma siano stati corretti. In particolare, l’esclusione del Trentino-Alto Adige e della Valle d’Aosta dal computo generale del premio incide sui risultati complessivi senza contare il voto di quelle aree. Il costituzionalista Stefano Ceccanti ha notato: “Si tratta di un problema che riguarda il principio dell’eguaglianza del voto. Non è un dettaglio tecnico: è un problema costituzionale serio”. Se la Consulta dovesse intervenire nel prossimo anno, tutta l’accelerazione di Meloni rischierebbe di trasformarsi in un esercizio di pura forma.
