Navi italiane a Hormuz, Meloni fissa le condizioni: prima la pace, poi il dispiegamento
La premier illustra a Parigi il piano nazionale in corso di pianificazione per una presenza difensiva nello stretto dopo la conferenza convocata all’Eliseo, evocando il modello delle missioni Aspides e Atalanta come precedente operativo di riferimento.
Giorgia Meloni e Emmanuel Macron
Il nodo è Hormuz. Giorgia Meloni lo ha detto senza perifrasi al termine della Conferenza sulla navigazione marittima convocata a Parigi, all’Eliseo: riaprire lo stretto è condizione necessaria — non accessoria — di qualsiasi accordo che voglia davvero chiudere il conflitto mediorientale. L’Italia, ha aggiunto, è pronta a schierare proprie navi, ma solo a ostilità cessate e con mandato parlamentare. Un impegno netto, circondato da condizioni altrettanto nette.
Il segnale politico era già nell’aria. In risposta al cessate il fuoco in Libano, Teheran aveva consentito il ripristino del transito nello stretto: un gesto limitato ma eloquente. Meloni ha colto il filo e lo ha tirato: “Si vede bene in queste ore la centralità della riapertura di Hormuz nel negoziato”, ha detto, “è parte di qualsiasi serio progetto negoziato”. Non un auspicio. Una constatazione politica con implicazioni operative immediate.
Hormuz, una questione di sopravvivenza globale
I numeri che la premier ha portato in sala sono quelli che trasformano una disputa strategica in un problema di sopravvivenza per milioni di persone. Dal varco persiano transita circa il 20% del consumo mondiale di petrolio e gas naturale liquido. Passano i fertilizzanti dai quali dipende la sicurezza alimentare dei contesti più fragili del pianeta. Passano il 60% degli approvvigionamenti alimentari delle nazioni del Golfo, partner strategici sia di Roma che di Bruxelles. Bloccare Hormuz significa tagliare queste arterie. Riaprirlo significa ripristinarle, ma anche — ha sottolineato Meloni — costruire un tassello essenziale per qualsiasi soluzione politica del conflitto.
La premier ha inquadrato la questione in termini di diritto internazionale, non solo di interesse nazionale: “Si tratta di affermare un principio cardine”, ha detto, “che vale per Hormuz e per qualsiasi altro passaggio dal quale dipendano le catene di approvvigionamento mondiale”. Una formulazione che suona come dottrina, non come dichiarazione d’emergenza. Il messaggio è che l’Italia non ragiona solo sull’oggi, ma su un ordine marittimo da presidiare nel lungo periodo.
L’Italia si candida: navi proprie, condizioni precise
Sul piano operativo, Meloni ha anticipato che è in corso una “importante azione di pianificazione a livello nazionale”. Roma offre la disponibilità a mettere proprie unità navali a disposizione di una eventuale presenza internazionale nello stretto. Ma l’impegno è blindato da tre condizioni sequenziali: cessazione delle ostilità, coordinamento con tutti gli attori regionali e internazionali, postura esclusivamente difensiva. E, sul piano interno, l’autorizzazione parlamentare prevista dalle norme costituzionali.
Non si tratta di improvvisazione. Meloni ha richiamato esplicitamente le missioni già in corso: Aspides e Atalanta, le due operazioni europee che proiettano capacità navale italiana in acque adiacenti a Hormuz. “Aspides in particolare”, ha detto, “vanta una presenza importante in un’area attigua e può rappresentare un’esperienza preziosa”. Il modello è già rodato; si tratta di estenderne la logica a un teatro più complesso e più esposto politicamente.
Vertice produttivo, ma l’Iran resta il nodo
Il bilancio della conferenza parigina è stato valutato positivamente dalla premier. “È stato un confronto molto produttivo”, ha detto, che “dimostra come l’Europa sia pronta a fare la sua parte nel quadro della sicurezza internazionale”. Un giudizio che suona anche come risposta a chi dubita della coesione europea di fronte alle crisi multiple — Medio Oriente, Ucraina, altri fronti — che si “ripropongono ormai costantemente”.
Ma il vero punto di svolta resta Teheran. Meloni lo ha detto in chiusura, con la stessa nettezza con cui aveva aperto: per risolvere la crisi mediorientale sono “elementi fondamentali” la “rinuncia da parte dell’Iran alla corsa nucleare” e la costruzione di “un quadro di sicurezza nel quale nessuna nazione venga minacciata per il futuro”. Due condizioni che vanno ben oltre Hormuz e segnalano che la premier italiana guarda a una normalizzazione regionale strutturale, non a una tregua di convenienza. Il negoziato è aperto. L’agenda italiana, almeno, è scritta.
