La Lega si spacca: Vannacci vince nei sondaggi, Zaia rivendica un partito del Nord autonomo. E Salvini trema
Matteo Salvini, Luca Zaia e Roberto Vannacci
Due fronti di contestazione interna minacciano il controllo di Matteo Salvini sull’apparato partitico a pochi mesi dalle politiche del 2027. Il generale Roberto Vannacci ultranazionalista attrae parlamentari e consensi con una linea radicale; l’ex governatore del Veneto, Luca Zaia propone invece una ristrutturazione federalista che trasformerebbe la Lega in una realtà bipartita, con una componente nordista autonoma.
La fuga dalla Lega verso Futuro nazionale accelera. Già quattro deputati eccellenti hanno cambiato sponda, i sondaggi registrano una crescita costante di Vannacci, e i candidati vannacciani superano quelli ufficiali in alcuni comuni del Nord. Nel contempo, Zaia continua a suggerire dal Veneto un modello alternativo – due Leghe, una nordista e una nazionale, sul modello della Csu-Cdu tedesca – che Salvini finora ha respinto. Salvini reagisce con disciplina interna e un ritiro di rilancio programmato per l’estate, ma il meccanismo di coesione del partito mostra crepe profonde.
A poco più di un anno dalle elezioni politiche si aggravano le fibrillazioni interne che preoccupano i vertici di via Bellerio: defezioni illustri, sondaggi avversi, e una riorganizzazione del consenso che favorisce le forze alternative al partito storico. La mappa del consenso della Lega si sta ridisegnando. Il 3 febbraio scorso sarà la data simbolica dell’addio definitivo di Vannacci alla tessera che il congresso di Firenze gli aveva consegnato poco più di un anno fa. Ma prima di quella data, era già in corso una migrazione silenziosa di deputati, attivisti e dirigenti verso Futuro nazionale, la creatura politica che il generale ha lanciato per contenere quella che ritiene una piattaforma nationalista non pienamente rappresentata dal partito di Salvini.
La rottura con il generale
Vannacci non è un estemporaneo. È stato il volto e il recordman di preferenze alle elezioni europee del 2024, consegnatario della tessera direttamente dal segretario federale nel congresso che lo ha confermato fino al 2029. Un mese dopo, promosso vice segretario, è subito entrato in rotta di collisione con lo zoccolo duro della dirigenza leghista del Nord per le sue posizioni ultranazionaliste, il suo linguaggio bellicoso, la sua visione dello Stato e dell’ordine pubblico che divergeva progressivamente da quella di Salvini e dell’establishment settentrionale.
Le tensioni si sono accumulate senza trovare sbocco. La Lega che Vannacci conosceva era il partito della campagna identitaria, del no all’immigrazione, della difesa dei confini. Ma dentro quella cornice Vannacci innestava una visione più radicale, più estranea al moderatismo nordista che caratterizza il partito da quando è diventato forza di governo. Il divorzio è stato inevitabile. Oggi Vannacci rappresenta una minaccia concreta ai margini del consenso leghista, una trazione verso destra che catalizza quegli eletti e quei militanti che sentono il partito troppo compromesso con la coalizione di Meloni.
Defezioni a catena dal partito
La fondazione di Futuro nazionale ha accelerato le dislocazioni. Edoardo Ziello e Rossano Sasso hanno scelto per primi l’approdo al nuovo movimento. Poi è stata la volta di Laura Ravetto, una figura di rilievo della Lega che ha deciso di seguire Vannacci. Gli annunci di nuovi ingressi continuano: la prossima settimana dovrebbero aggiungersi altri deputati, consolidando l’impressione di un esodo ordinato piuttosto che di una fuga improvvisa.
I sondaggi amplificano l’ansia nella dirigenza. Vannacci cresce con costanza, catturando voti in quei territori che erano stati il fortilizio leghista per decenni. A Vigevano il candidato vannacciano ha già superato quello sostenuto ufficialmente dalla Lega. L’incubo è che il sorpasso possa estendersi anche a livello nazionale, indebolendo la coalizione e costringendo la Lega a rinegoziare i suoi spazi nella compagine governativa.
Zaia e il modello alternativo
Sullo sfondo di questa crisi emerge la figura di Luca Zaia, l’ex governatore del Veneto il cui incontro con Marina Berlusconi ad aprile aveva suscitato molte speculazioni. Zaia non esce allo scoperto, non rompe apertamente con Salvini, ma propone un’alternativa strutturale che il segretario federale finora ha respinto. La sua idea è la creazione di due Leghe: un partito nordista autonomo dentro quello nazionale, sul modello della Csu-Cdu tedesca, che potrebbe essere lui stesso a guidare.
Non è una proposta casuale. Zaia l’ha lanciata a settembre dal palco del raduno di Pontida, il simbolo stesso dell’identità leghista. La proposta ha trovato poco ascolto allora, ma oggi acquire nuova plausibilità di fronte alla dimostrazione che il modello centralizzato di Salvini non riesce a contenere le spinte centrifughe. Zaia presiedeva il Veneto, territorio che ha costruito la forza della Lega: la sua voce conta ancora, e il suo silenzio su questa fase è altrettanto significativo della sua critica esplicita.
Lo statuto del partito prevede che un congresso federale straordinario possa essere convocato soltanto su richiesta del segretario federale o della maggioranza dei membri del consiglio federale. Salvini mantiene il controllo formale dei meccanismi di potere, almeno per ora. Ma se la crisi si approfondisse, se altre defezioni seguissero quelle già avvenute, lo scenario di una assise straordinaria potrebbe diventare realtà. Sarebbe allora il momento in cui Zaia potrebbe avanzare ufficialmente la proposta del doppio binario, trasformando una critica soft in una piattaforma politica vera.
Il ritiro e la linea disciplinare
Salvini ha deciso di contraottaccare su due fronti. Il primo è il ritiro programmato in Veneto per il 19 e 20 giugno – data che dovrebbe essere cambiata per la visita di Papa Leone XIV in Lombardia – con due giorni di incontri, proposte e programmi destinati a rilanciare la linea politica e dare un’immagine di unità. Il ritiro è una mossa classica di contenimento: riunire i quadri, ascoltare le preoccupazioni, ribadire il progetto comune.
Il secondo fronte è la linea dura contro gli eletti in arretrato con i contributi al partito. Un provvedimento disciplinare è stato avviato contro il deputato vicentino Erik Pretto, dato in uscita verso Futuro nazionale, poi verso Forza Italia o Fratelli d’Italia. Nell’elenco dei parlamentari che potrebbero lasciare la Lega figurano anche Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof. Pretto si è lamentato pubblicamente, parlando di “bullismo” e di un “attacco strumentale”. Ha rivelato di aver versato oltre 260 mila euro al partito in questi anni e di aver ricevuto una comunicazione via Pec senza preavviso, senza confronto preliminare, “nemmeno una chiamata”.
Il ricatto finanziario è uno strumento goffo, se usato visibilmente. Espone Salvini al sospetto di usare la macchina partitica per punire chi non gli obbedisce, e alimenta la narrazione dei fuoriuscenti secondo cui la Lega è un’organizzazione autoritaria dove non è possibile dissentire. Pretto ha fatto notare che altri deputati con incarichi prestigiosi non hanno versato contributi: il messaggio è chiaro, la selezione è politica, non amministrativa.
Lo scenario delle politiche
La Lega entra nella stagione che dovrebbe essere decisiva per la sua posizione nella coalizione con consumi interni visibili e una leadership che fatica a contenere le contraddizioni. Vannacci avrà due mesi per consolidare il suo movimento e catturare altri pezzi dell’apparato leghista. Zaia continuerà a osservare dagli spalti, pronto a proposte alternative se il caos interno dovesse peggiorare. Salvini dispone ancora di controllo formale dei meccanismi di potere, ma il consenso, quello che conta in democrazia, sta fluidificandosi verso altre piattaforme.
La sfida alle politiche del 2027 si giocherà anche sul terreno della coesione interna. La Lega ha sempre vinto quando era unita intorno a una proposizione politica percepita come credibile e mobilizzante. Oggi quella proposizione è sfocata. Vannacci la critica da destra, Zaia la critica da sinistra (all’interno dello spettro leghista), e Salvini difende il non detto, il compromesso, la governabilità. È un’asimmetria che nel tempo logora le forze.
