Lo schiaffo di Trump all’Europa: via dalla Germania la brigata Usa che difende il fianco est della Nato

Friedrich Merz

Friedrich Merz

Cinquemila soldati americani lasceranno la Germania entro un anno. Il Pentagono ha confermato in serata il ridispiegamento di un’intera brigata da combattimento, ordinato da Donald Trump nel pieno di una disputa con Friedrich Merz: un atto unilaterale che aggrava la frattura transatlantica aperta dalla guerra con l’Iran.

La lite Merz-Trump e l’ordine di ritiro

La scintilla è di lunedì. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz dichiara pubblicamente che gli Stati Uniti non hanno “nessuna strategia” in Iran e che Teheran sta “umiliando” la principale potenza mondiale. La risposta di Trump arriva a stretto giro: Merz “non sa di cosa sta parlando”. Poco dopo, il presidente ventila la possibilità di ritirare le truppe dalla Germania.

Ore dopo il Pentagono trasforma la minaccia in ordine esecutivo: una brigata da combattimento, cinquemila effettivi, lasceranno il suolo tedesco entro sei-dodici mesi. Berlino ha cercato di minimizzare l’accaduto, definendo il ritiro “previsto” e citandolo come ulteriore prova che l’Europa deve investire di più nella propria difesa. La portavoce Nato Allison Hart ha dichiarato che l’Alleanza sta “collaborando con gli Usa per comprendere i dettagli della decisione”, una formulazione che conferma implicitamente l’assenza di qualsiasi coordinamento preventivo.

Il contingente, i numeri e il rischio Congresso

Berlino conta oggi circa quarantamila militari americani sul proprio territorio. Il ritiro pianificato riguarda una brigata già schierata e la cancellazione del previsto dispiegamento di un battaglione di artiglieria a lungo raggio. Secondo il Defense Manpower Data Center statunitense, sessantotto mila soldati in servizio attivo sono assegnati stabilmente alle basi europee.

Un dato che complica il quadro giuridico-politico: il Congresso ha fissato per legge, lo scorso anno, una soglia minima di settantasei mila unità sul continente, parametro introdotto dopo il ritiro di una brigata dalla Romania nel 2025. Ulteriori ridimensionamenti potrebbero quindi innescare una collisione istituzionale tra la Casa Bianca e Capitol Hill. Un portavoce del ministero della Difesa tedesco ha riconosciuto che il ritiro “dimostra che dobbiamo rafforzare il pilastro europeo all’interno della Nato”, ribadendo che lo scenario era già stato contemplato.

Armi ritardate e miliardi ai soci del Golfo

La questione militare non si esaurisce nella disputa bilaterale tedesco-americana. Le capitali europee guardano con preoccupazione crescente a un problema più concreto: il rinvio delle consegne di armamenti già concordate con Washington. Il Financial Times ha riferito venerdì che l’amministrazione Trump ha avvertito Regno Unito, Polonia, Lituania ed Estonia di aspettarsi lunghi ritardi nelle forniture, perché il Pentagono sta dando priorità al rifornimento delle scorte consumate nella guerra con l’Iran.

In parallelo, il Dipartimento di Stato ha annunciato l’approvazione di vendite militari per oltre 8,6 miliardi di dollari destinate a Israele, Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. Il segnale è netto: la gerarchia delle priorità di Washington si è spostata verso il Medio Oriente, con l’Europa relegata a un secondo piano tanto sul piano operativo quanto su quello industriale-militare.

La guerra all’Iran e lo stallo nei negoziati

Il contesto in cui matura la crisi transatlantica è quello di un conflitto ancora aperto e di trattative in fase di stallo. Trump ha dichiarato di non essere “soddisfatto” di una proposta iraniana che prevedeva la revoca del blocco dello Stretto di Hormuz senza affrontare le questioni nucleari e di sicurezza. Il Wall Street Journal ha riferito che Teheran ha ammorbidito le proprie precondizioni, rinunciando alla richiesta di una revoca preventiva del blocco americano prima di avviare nuovi colloqui. Nessuna data è stata fissata per un nuovo ciclo negoziale.

A complicare ulteriormente la ripresa dei negoziati sono intervenuti raid aerei israeliani nel Libano meridionale: un attacco nel villaggio di Kfar Dajjal ha ucciso due persone, un altro a Lwaizeh tre, un terzo a Shoukin altre due. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver colpito oltre cinquanta “siti infrastrutturali” di Hezbollah. Merz aveva offerto dragamine tedeschi per contribuire alla riapertura dello Stretto, ma a condizione di un cessate il fuoco permanente e di un mandato Onu o Ue: proposta respinta di fatto dall’assenza di risposta americana.

Teheran e Roma sul filo della diplomazia

L’Iran si è dichiarato “pronto” a riprendere le ostilità o a percorrere la via diplomatica, affermando che “la palla è nel campo degli Stati Uniti”. Il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha illustrato agli ambasciatori residenti a Teheran il piano iraniano trasmesso al mediatore pakistano, definendolo un tentativo di “porre fine in modo permanente alla guerra imposta”.

Roma prova a ritagliarsi uno spazio. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha reso noto di aver avuto un nuovo colloquio telefonico con il suo omologo iraniano Seyyed Abbas Araghchi, ribadendo “la forte preoccupazione dell’Italia per l’aumento delle tensioni regionali” e sottolineando la necessità di evitare ulteriori escalation. Tajani ha confermato che per Roma lo sviluppo di un programma nucleare iraniano a scopi militari “rappresenta una linea rossa”, e ha chiesto a Teheran di esercitare la propria influenza su Hezbollah per fermare gli attacchi contro Israele.

Nel frattempo, gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato il ripristino della normalità del traffico aereo, dopo la sospensione delle misure precauzionali introdotte il 28 febbraio all’avvio delle ostilità: un segnale parziale di distensione nel Golfo, per ora l’unico concreto sul tavolo.