Regno Unito, Starmer verso le dimissioni mentre il Labour precipita nella guerra interna
Il primo ministro sarebbe pronto a lasciare Downing Street. L’indiscrezione, rilanciata dal Daily Mail e attribuita a fonti governative, arriva nel pieno della più grave crisi attraversata dal Labour dalla vittoria elettorale del luglio 2025.
Keir Starmer
Keir Starmer sarebbe pronto a lasciare Downing Street. L’indiscrezione, pubblicata dal Daily Mail e attribuita a fonti governative, arriva mentre il governo laburista affronta una crisi politica che, a meno di un anno dalla vittoria elettorale, appare già strutturale. Secondo il quotidiano britannico, il premier avrebbe confidato ai collaboratori più vicini la volontà di dimettersi spontaneamente, tentando però di controllare tempi e modalità dell’uscita.
La situazione interna al Labour viene descritta come ormai compromessa. Starmer, riferiscono fonti vicine all’esecutivo, si sentirebbe isolato dentro il suo stesso Gabinetto, irritato dalla crescita delle lettere di sfiducia e dagli attacchi politici emersi sia pubblicamente sia durante riunioni riservate. Una parte dei fedelissimi chiede prudenza e vorrebbe rinviare qualsiasi annuncio almeno fino alle elezioni suppletive di Makerfield, previste il 18 giugno. L’ala ribelle del partito, invece, spinge per un cambio immediato della leadership.
La disfatta amministrativa
La crisi si è aggravata dopo le elezioni amministrative del 7 maggio 2026. Il Labour ha perso oltre 1.500 seggi nei consigli locali inglesi, cedendo roccaforti storicamente legate al voto operaio. Un risultato interpretato come una bocciatura della linea politica del governo, giudicata inefficace su economia, servizi pubblici e gestione dell’immigrazione.
Il tracollo ha assunto anche un valore simbolico. Il partito che nel 1945, con Clement Attlee, aveva costruito il National Health Service e rafforzato il welfare britannico, appare oggi incapace di conservare il consenso nelle aree industriali che ne avevano rappresentato la base storica. La distanza tra il Labour contemporaneo e la tradizione sociale del dopoguerra è diventata uno dei temi centrali del dibattito interno.
Il deterioramento politico ha inoltre rilanciato il confronto sugli effetti della Brexit. Dal referendum promosso da David Cameron nel 2016, il Regno Unito ha attraversato una lunga fase di instabilità istituzionale. Da Cameron a Starmer si sono succeduti sei primi ministri in sedici anni: Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Rishi Sunak e infine il leader laburista. Nei trentasei anni precedenti, da Harold Wilson a Gordon Brown, i cambi alla guida del governo erano stati altrettanti.
Il nodo dei rapporti Ue
Lo stesso Starmer aveva attribuito parte delle difficoltà britanniche all’uscita dall’Unione europea. Nel suo recente discorso programmatico aveva sostenuto che la Brexit avesse reso il Paese “più povero e più debole” sul piano economico, commerciale e strategico. Da qui la proposta di un “reset” nei rapporti con Bruxelles, da discutere nel vertice Ue-Regno Unito previsto per giugno.
Il progetto del premier, tuttavia, è rimasto privo di indicazioni operative precise. Starmer ha parlato di un graduale riavvicinamento europeo su commercio, sicurezza e difesa, evitando però di chiarire se Londra punti a rientrare nel mercato unico o nell’unione doganale. Una prudenza che ha deluso parte degli osservatori e che non è bastata a frenare il malcontento interno.
Nel frattempo, diversi esponenti del governo hanno lasciato l’esecutivo o preso le distanze dalla leadership. Tra i nomi citati figurano Miatta Fahnbulleh, Wes Streeting, Jess Phillips e Alex Davies Jones. Streeting, esponente dell’ala moderata del Labour, viene considerato uno dei possibili candidati alla successione, anche se la sua vicinanza a Peter Mandelson viene giudicata da alcuni parlamentari un elemento di debolezza politica.
La corsa alla successione
Tra i possibili successori emerge soprattutto Andy Burnham, sindaco della Greater Manchester, indicato dai sondaggi come il dirigente laburista più popolare. Burnham, soprannominato “il Re del Nord”, avrebbe già il sostegno di una parte consistente del partito e dei bookmaker britannici. In un ipotetico confronto interno con Starmer, secondo rilevazioni circolate nel Labour, raccoglierebbe oltre il 60 per cento delle preferenze.
Il principale ostacolo resta procedurale. Per diventare primo ministro, Burnham deve prima ottenere un seggio a Westminster. La soluzione individuata passa attraverso le elezioni suppletive di Makerfield, dopo l’annuncio delle dimissioni del deputato laburista Josh Simons. Se eletto, il sindaco di Manchester potrebbe candidarsi formalmente alla guida del partito.
Burnham ha già impostato la propria piattaforma politica sul cosiddetto “Manchesterismo”, promettendo di ricostruire un Labour capace di recuperare credibilità nelle periferie urbane e nelle ex aree industriali. Sullo sfondo resta però la crescita di Reform UK e di Nigel Farage, intenzionato a sfruttare il vuoto politico aperto dalla crisi laburista.
La definizione della successione potrebbe intrecciarsi con gli appuntamenti internazionali di giugno, dal G7 di Evian al vertice Nato di Ankara. Non è ancora chiaro se Starmer arriverà a quei tavoli da capo del governo oppure da leader dimissionario in attesa di sostituzione. In ogni caso, la fase apertasi a Westminster conferma che la stabilità promessa dal ritorno dei laburisti al potere è già entrata in discussione.
