Secondo indiscrezioni circolate nelle ultime ore, il Pentagono avrebbe già predisposto una lista di obiettivi sensibili da colpire in caso di nuova escalation. Parallelamente, gli iraniani avrebbero riattivato il sito dell’Autorità dello Stretto di Hormuz, mossa interpretata come un segnale di disponibilità a discutere sulla riapertura completa della navigazione commerciale nell’area.
In cambio, l’amministrazione americana starebbe valutando una sospensione parziale delle sanzioni sul petrolio iraniano. Sul tavolo ci sarebbe anche la possibilità di consentire a Teheran il mantenimento di un limitato programma nucleare civile sotto supervisione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica.
Il peso della crisi interna
A rilanciare pubblicamente la linea negoziale è stato il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che ha parlato di difficoltà condivise tra le parti coinvolte. Un riferimento diretto alla pressione economica sul regime iraniano, ma anche alla situazione politica americana. Secondo diversi sondaggi, infatti, il conflitto avrebbe inciso negativamente sul consenso interno della Casa Bianca.
La nuova risposta iraniana alle richieste statunitensi avrebbe alimentato un fitto circuito di indiscrezioni diplomatiche. Fonti vicine a Teheran sostengono che l’Iran sarebbe disposto non a smantellare il proprio programma atomico, ma a congelarlo per un periodo prolungato. Condizione centrale dell’intesa sarebbe il trasferimento dell’uranio arricchito in Russia.
Washington, almeno secondo le stesse fonti, avrebbe mostrato aperture su un modello di controllo internazionale limitato alle attività nucleari civili. Una soluzione che riporterebbe il negoziato molto vicino all’impianto dell’accordo sul nucleare denunciato da Donald Trump durante il suo primo mandato alla Casa Bianca.
Israele frena sull’intesa
Il possibile ritorno a uno schema simile al precedente accordo internazionale rappresenterebbe una significativa inversione politica per Washington. Una scelta che l’amministrazione americana potrebbe sostenere solo in presenza di forti esigenze interne e sotto la pressione della crisi energetica.
Sul fronte opposto resta la posizione di Israele. Il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una nuova riunione del gabinetto di sicurezza, segnale di crescente preoccupazione rispetto a un eventuale rallentamento della pressione militare sull’Iran.
Nel negoziato pesa anche l’attivismo della Cina. Pechino avrebbe insistito con Washington sulla necessità di una soluzione diplomatica che garantisca la continuità dei traffici energetici attraverso Hormuz. Una linea destinata probabilmente a rafforzarsi con la prossima visita di Vladimir Putin nella capitale cinese.
Mosca potrebbe assumere un ruolo più operativo soprattutto nella gestione dell’uranio arricchito iraniano, elemento considerato centrale nell’ipotesi di compromesso. Resta però da capire se le aperture reciproche basteranno a fermare una crisi che continua a oscillare tra deterrenza militare e diplomazia forzata.