Calenda da Meloni: il centrosinistra si spacca e il campo largo perde un’altra occasione
Carlo Calenda
Un faccia a faccia su energia e industria, nato in scia al “premier time” della scorsa settimana. Così da Azione spiegano la visita di Carlo Calenda a Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, invitando a non leggervi alcuna implicazione in chiave di alleanze. Ma la politica italiana non funziona così, e l’appuntamento tra il leader centrista e la presidente del Consiglio scuote immediatamente il centrosinistra, dove il tema “Calenda” resta aperto e divisivo.
Il contesto spiega perché. Con due coalizioni più o meno appaiate nei sondaggi, i voti di Azione potrebbero essere determinanti per l’esito delle prossime elezioni politiche. Il che rende ogni mossa di Calenda oggetto di calcolo e valutazione, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate.
Calenda e il sogno della maggioranza trasversale
Il leader di Azione non cambia la sua linea “terzista”: autonomo da entrambi i poli, critico tanto verso il centrodestra quanto verso il campo largo. Anche sulla riforma elettorale, a cui Meloni tiene in modo particolare, Calenda non fa sconti: “Non si farà, perché c’è una parte del testo che già sappiamo che è incostituzionale e non c’è più tempo per formularne una nuova”. Una previsione che è anche, esplicitamente, un auspicio.
Il disegno politico di Calenda punta a un pareggio elettorale che apra la strada a un governo “riformista” ed europeista, sorretto da una maggioranza trasversale e omogenea sui grandi dossier. È uno scenario che presuppone però la sopravvivenza dell’attuale legge proporzionale. Un premio di maggioranza – ipotesi su cui Fratelli d’Italia insiste – renderebbe quell’equilibrio praticamente irraggiungibile, costringendo Azione a scegliere da che parte stare.
Ettore Rosato prova a tenere bassa la temperatura: “Siamo andati a portare le nostre proposte. Dovrebbe essere normale che l’opposizione dialoghi con la maggioranza. Siamo opposizione e proviamo a ottenere dei risultati”.
Pd aperto, M5S e Avs no
Nel Partito democratico diversi dirigenti contano sul fatto che, alla fine, Azione torni nell’alleanza. Arturo Scotto segnala un dettaglio significativo: lo stesso giorno in cui Calenda era a Palazzo Chigi, Azione firmava insieme a tutte le opposizioni l’emendamento al decreto lavoro che ripropone il salario minimo. Un segnale di compatibilità, letto dal Pd come un filo che non si è del tutto spezzato.
Più tagliente Enrico Borghi di Italia Viva, che non dimentica i trascorsi della rottura: “A me Calenda sta molto simpatico, mi ricorda il maresciallo Emmanuel Grouchy, ultimo ad arrivare a Waterloo mentre gli ordini di Napoleone furono disattesi. Chi arriva tardi non capisce il senso finale della battaglia”. Poi, tuttavia, l’apertura formale: “Avendo subito la stagione dei veti, non poniamo veti nei confronti di nessuno. La stagione dei blocchi e delle antipatie deve essere lasciata alle spalle”.
Tutt’altro registro da parte di Avs e M5S. Negli ambienti dell’Alleanza rosso-verde la lettura è netta: “Calenda sembra in grande confusione, un giorno fa una cosa, un giorno ne fa un’altra. Nei comuni si allea con la destra un giorno sì e l’altro pure, in nome del pragmatismo”. Luca Pirondini, capogruppo del Movimento 5 Stelle al Senato, chiude con distacco: “Con tutto il dovuto rispetto, quello che fa Calenda non occupa molto i miei pensieri.
Ricordo il suo recente convegno con la prima fila in platea occupata da Fratelli d’Italia, e ha detto che il M5S va cancellato. Nessuno stupore per la sua visita a Palazzo Chigi”. Il quadro è quello di un’opposizione incapace di metabolizzare il rebus Calenda, sospesa tra chi vorrebbe chiudere il cerchio e chi non ha alcuna intenzione di farlo. Con la riforma elettorale come variabile che potrebbe rendere irrilevante l’intera discussione.
