Carlo Petrini
Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, è morto nella tarda serata di giovedì 21 maggio nella sua abitazione di Bra, in provincia di Cuneo. Aveva 76 anni. La notizia è stata comunicata dalla stessa organizzazione, che ha ricordato il ruolo svolto da Petrini nella nascita di Slow Food nel 1986, della rete internazionale Terra Madre e dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo.
Per generazioni di militanti, produttori e studiosi era semplicemente “Carlin”, diminutivo piemontese ereditato dal nonno paterno. Quel soprannome è diventato nel tempo il marchio di una figura che ha attraversato politica, cultura alimentare e ambientalismo senza mai rinunciare a una dimensione popolare. Slow Food lo descrive come un uomo capace di “sognare e divertirsi, costruire e ispirare”, ricordando la sua “straordinaria empatia” e la volontà di trasformare idee considerate utopiche in pratiche concrete.
“Chi semina utopia, raccoglie realtà”, ripeteva spesso Petrini. Una formula che sintetizzava la sua visione: il cibo come fatto culturale e politico, non soltanto economico o gastronomico.
Dalla protesta al movimento
Slow Food nacque alla fine degli anni Ottanta come reazione alla standardizzazione alimentare e all’espansione dei modelli industriali di consumo. Petrini trasformò rapidamente quell’esperienza in una struttura internazionale capace di mettere in rete contadini, allevatori, pescatori, cuochi, studiosi e comunità locali.
“Buono, pulito e giusto” erano i tre aggettivi che utilizzava per definire il cibo. Dietro quella formula c’era una critica radicale al sistema produttivo globale. “Questa società dispone di troppo cibo ed è afflitta da troppa malnutrizione”, sosteneva. “Lo spreco alimentare è inaccettabile: il 33% degli alimenti prodotti viene buttato via. Siamo schiavi di un modello che non funziona”.
Contrario al potere delle multinazionali alimentari, Petrini immaginava un’alleanza stabile tra agricoltori e ambientalisti. Le campagne, nella sua lettura, non erano soltanto luoghi produttivi ma spazi di equilibrio sociale, paesaggistico e culturale. La sua battaglia sulla biodiversità arrivò molto prima che il tema diventasse centrale nel dibattito pubblico internazionale.
Le Langhe furono il laboratorio più evidente di questa trasformazione. Un territorio segnato per decenni da marginalità economica e povertà agricola divenne, anche attraverso l’opera culturale di Slow Food, un modello internazionale di valorizzazione del paesaggio e delle produzioni locali.
Il rapporto con Francesco
Pur dichiarandosi non credente, Petrini costruì negli anni un rapporto stretto con Papa Francesco. L’incontro nacque dopo il viaggio del pontefice a Lampedusa nel 2013. Petrini gli inviò il libro “Terra Madre” come gesto di ringraziamento. Poco dopo ricevette una telefonata inattesa.
“Pronto? Sono Papa Francesco”, raccontò tempo dopo al Corriere della Sera. “E io Carlin Petrini”.
Da lì nacque un dialogo fondato su temi comuni: povertà, ambiente, sfruttamento delle risorse naturali, diritti delle comunità indigene. Petrini ricordava con particolare intensità l’esperienza del Sinodo panamazzonico, al quale fu invitato dal pontefice. “Non dimenticherò mai quell’esperienza, con gli straordinari vescovi dell’Amazzonia che difendevano gli indigeni contro il capitalismo estrattivo e la distruzione della foresta”.
Nel 2017 Petrini fu tra i co-fondatori delle Comunità Laudato si’, ispirate all’enciclica di Francesco dedicata all’ambiente e alla giustizia sociale. Un ulteriore passaggio di una traiettoria che aveva progressivamente allargato il campo della riflessione alimentare fino a comprendere economia, clima e disuguaglianze.
L’eredità culturale
La morte di Petrini chiude una stagione nella quale il tema del cibo è uscito dall’ambito gastronomico per entrare stabilmente nella discussione pubblica globale. Prima di Slow Food, la tutela delle produzioni locali e della biodiversità restava confinata a nicchie culturali e associative. Petrini contribuì a trasformarla in una questione politica internazionale.
La sua influenza si è misurata non soltanto nella crescita dell’associazione, ma anche nella diffusione di un lessico nuovo: filiera corta, sostenibilità, tutela dei territori, agricoltura responsabile. Concetti oggi centrali nel dibattito europeo e internazionale.
Fino agli ultimi anni aveva continuato a intervenire nel confronto pubblico contro lo spreco alimentare e l’omologazione produttiva. Restava convinto che il cibo fosse uno strumento decisivo per leggere le disuguaglianze contemporanee e ridefinire il rapporto tra sviluppo economico e ambiente.
Bra, le Langhe e Slow Food restano il centro simbolico di questa esperienza. Da lì Petrini aveva costruito una rete mondiale capace di parlare lingue diverse mantenendo la stessa idea di fondo: difendere la biodiversità significa difendere comunità, culture e relazioni umane.
